venerdì 22 agosto 2025

Cap. La mia vita scolastica e la Naia

Cap. I° Da zero a sei anni Qualcuno ha detto che vivere e' ricordare. Il presente non e' altro che l'infinitesimo attimo in cui il futuro, nel continuo fluire del tempo, si trasforma in passato. Noi vivendo nel bel mezzo di queste dimensioni, quali quella del passato e del futuro, anche se prossimi, rappresentiamo la dimensione del presente. Quindi tutto quello che ho scritto fin'ora e' gia' passato, quello che scrivero', ivi compresi gli errori, appartiene al futuro. Quando avro' ultimata la stesura di questo libro, che ogni giorno che passa acquista sempre piu' l'aspetto di una tela degna di Penelope, dal momento che non faccio altro che scrivere e cancellare ed alcune parole si sono consumate a tal punto che non sono piu' utilizzabili, rileggendolo affondero' nel passato che, per un attimo,tornera' ad essere presente. Questa e' la stupenda realta' di un libro: riesce a vivere contemporaneamente nelle tre dimensioni del tempo : passato, presente e futuro. Va da se', viste le premesse, l'inevitabilita' della decisione di scriverne uno e con esso rivivere la mia vita, almeno quella scolastica, con annessi e connessi e qualcosa in più comprendendo anche la Naia. Potrei partire, allo scopo, dal momento "ZERO " cioe' quando il mio futuro genitore, dopo aver mangiato un diabolico piatto all'estratto di peperoncino strapiccante contagiato da un rarissimo virus di origine indioamericana che ivi subdolamente si celava, denominato in dotto latino: " Rapans elephantiarium ", da cui prese il nome anche la tribu' che ne fu contagiata per prima :" Gli ARRAPAHOS ", assali' in piena notte, la mia futura madre contagiandola. Ma non ero presente al fatto e non ho pudicamente indagato. La data, quella si, e' stata scolpita nella mia mente in modo indelebile in quanto spesso e volentieri i miei genitori solevano ricordarsene e nell'occasione indossavano vistosi cilici corredandoli di disperati atti di contrizione (haimè, decisamente inutili) e lamenti del tipo era meglio se quella notte... ecc.ecc. con velati riferimenti ad ascie ed altri attrezzi da falegname. Sorvolando a pie' pari quel periodo in cui la mia bizzarra personalita' andava formandosi, sformando vistosamente il grembo materno, un bel giorno mia madre, esaurite tutte le scorte di certosina pazienza, super scocciata di sferruzzare calzini e golfini di colore indeciso : non essendo riuscita a capire , malgrado i miei vigorosi calci e pugni sferrati in tutte le direzioni , di quale sesso fosse l'alieno che stava nutrendo, decise di recarsi in ospedale per conoscermi "de visu ". Pioveva a dirotto quel giorno di agosto del 1944. (Forse presago il cielo di quale guaio stava per incombere su una tranquilla, timorata e onorata famiglia cristiana.) Imperversava un simpatico temporale estivo con ricco corredo di lampi, tuoni e fulmini alla "Cacchio! come piove. " e mia madre era li'-li' per liberarsi, ma ironia della sorte, il sottoscritto che da ben quattro mesi scalciava per uscire, ora presago e profeta, oltre tutto il bel temporale consigliava di restare ben riparati, non ne voleva proprio sapere di affacciarsi alla vita memore del proverbio : "Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova". Ma il Buon Dio, il Dio dei giusti e dei sofferenti, che dall'alto vede e provvede, esaminata la situazione, poiche' la gentile ostetrica, stremata e incavolatissima continuava ad implorarlo in un modo poco urbano,con espressioni al limite della decenza che pur se non dette a viva voce si sentivano sibilate, mando' giu' un fulmine tipo forza 10, con il dichiarato intento di bruciacchiarla viva ma sbaglio' mira ( potenza di mira Divina ) e colpi' nelle immediate vicinanze dell'ospedale, allora situato lungo corso Ovidio,contiguo con la chiesa della SS Annunziata. Sara' stata la paura, il soprassalto per il super boato provocato dal fulmine, fatto sta' he non ci capii piu' niente e mi ritrovai preso per i piedi, a testa in giu', da questa ostetrica, nervosa al punto giusto, esibito quasi fossi un trofeo di caccia. Rimediai tre, quattro scappellotti sulle natiche che provocarono la mia immediata reazione e vendetta e grazie alla tempestiva entrata in funzione dell'idrante personale riuscii a centrarla in pieno decoltee' per cui mi sembrò che i successivi scappellotti, decisamente non desiderati, avessero una veemenza diversa. Non vorrei tediarvi con la telecronaca diretta, minuto per minuto, dei primi anni della mia vita mi limitero', quindi, alle tappe piu' importanti. Circa trenta giorni dopo il lieto evento (sic!), un sacerdote, famoso ex barbiere delle colonie penali australiane, super allenato nelle torture più sadiche praticabili con l'umile e cristal- lina acqua, seguendo le regole non dettate dal buon Gesù Cristo e meno male, altrimenti mi avrebbe immerso completamente nell'acqua santiera per imitare il suo battesimo nel fiume Giordano, discettò che secondo le sacre scritture (?) che non mi si poteva appioppare un nome se prima non si fosse provveduto ad uno shampoo con acqua speciale a temperatura ecclesiastica , circa 10 gradi sotto zero, quindi senza preoccuparsi di chiedermi alcuna autorizzazione mi rovesciò in testa una bacinella d'acqua fredda al punto giusto ( solito scherzo da prete) e contemporaneamente fu riciclato il nome " ANTONIO" che mio nonno , buon anima, non usava piu' da circa dodici anni. Tutti felici e contenti meno Antonio, cioè io, che ve lo posso assicurare, non avevo digerito affatto quella secchiata d'acqua alla traditora e il fatto di restituirne immediatamente un po' nell'acquasantiera, non appagò del tutto il mio desiderio di vendetta. Nei primi due anni che seguirono mi dedicai esclusivamente alla microbiologia studiando attivamente i vari microbi del morbillo, della varicella, degli orecchioni, mi occupai " en passant " anche di alcuni tipi di virus asiatici beccando diversi raffreddori e per educare la voce non trovai niente di meglio della tosse . Gli allenamenti furono lunghi ed accurati, per non perdere tempo mi esercitavo anche di notte procurando interessanti spasmi testicolari notturni paterni, dal momento che in quel tempo, per la notte, ero ospite nella loro stessa camera. Infine approdai ad una forma acuta di bronchite capillare che per poco non mi riportò al punto " ZERO " e fu grazie ad una trasfusione di sangue di mia madre che oggi sono qui a raccontare. Non appena riuscii a districarmi nella dizione ,con una storica quanto lapidaria frase: " ANTONIO E' MIO " feci chiaramente capire a coloro che a malapena mi reggevano quali fossero le mie predisposizioni ad eseguire con le buone maniere quello che mi veniva richiesto, cioè, per la cronaca, l'ennesimo bagno. Avevano il vizio di edulcorare l'evento con il vezzeggiativo: "Bagnetto". In realtà, visti i tempi , si trattava di una immersione a mezzo tondo, nel senso che venivo immerso per una metà in una bagnarola zincata, con scialo di sapone negli occhi, e strofi- namenti massicci su tutto il corpo. Al mio ennesimo rifiuto effettuato con fuga in costume adamitico, riacciuffato ancora dopo la terza evasione dalla bagnarola, arrivarono le maniere cattive. Preso in contropiede, dopo una furibonda lotta con un piede dentro e l'altro fuori dalla bagnarola, l'acqua, decisamente calda oltre ogni buon senso, dopo la battaglia, per raffreddarsi s'era distesa pacificamente sul pavimento dell'intera stanza abbandonando il luogo della tenzone. "Time Out" trascorso avvolto in un asciugamano in attesa di altra acqua calda. Arrivo della stessa tramite un capiente tegame, ripresa frenetica della guerra. Vincevano purtroppo loro, ma vi posso assicurare che le loro erano favolose vittorie di Pirro vista la stanza decisamente allagata. Una spiccata quanto innata conoscenza della meccanica mi permetteva altresi', in quegli anni, di ottenere tempi da primato nella distruzione di qualsiasi oggetto: bastava prenderlo ( per non parlare della specialita' della casa : " Il trinciato di marroni altrui." ). Poi cominciarono gli appostamenti per conoscere la Befana. Non era possibile che questa benedetta vecchietta si ostinasse a portare sempre quello che io non volevo. Era proprio il caso di scambiarci quattro chiacchiere anche per sapere se la colpa era esclusivamente sua oppure del disservizio postale che non permetteva alle mie questuanti missive di arrivare a tempo debito. Fu cosi' che mi accorsi, in una notte di tregenda, dopo un insonne appostamento sotto le coperte,che, mio malgrado, i casi erano due: o mio padre era la befana o la befana era mio padre. Conclusione, quel brav'uomo mi aveva fregato per quattro anni di fila rifilandomi quello che più gli piaceva: Santa Befana Imperante. Ma il sei gennaio dell'anno successivo non ci furono dubbi ne' missive: -" Che cosa vuoi per la befana ?"- discorso paterno altamente democratico. -" Il treno."- Risposta che non lasciava spazio a patteggiamenti. Uscirono padre e figlio. Il percorso non fu tanto lungo dal momento che la piazza antistante casa, Piazza Garibaldi, allora, si riempiva di bancarelle dove era proprio difficile non trovare quello che si desiderava. Prima tappa appunto una bancarella, fra le tante , che aveva in bella mostra tutta una serie di confezione di trenini. -" Vuoi questo ? " (speranzosa domanda paterna ammiccante ad un trenino di modestissime proporzioni: appena la locomotiva a corda, un tender ed un vagone) -" No ! "-( risposta secca e decisamente offesa per una tale miserrima proposta). -" Quest'altro ? "- (Rilevato ad occhio un misero vagone in piu' ). -" No ! "- -" Questo ? "-( doloroso crescendo paterno.) -" No ! "- -" Questo ? "- ( super preoccupato crescendo danaroso paterno fino alla confezione piu' grande ed all'ultimo : " NO ! " -" Ho capito, adesso papa' ti porta alla stazione e non se ne parla piu'."- Conclusione : uno scassatissimo treno a molla che non fece in tempo nemmeno ad arrivare a destinazione. Era pur vero che padre e figlio alla stazione c'erano andati e che il megalomane rampollo aveva potuto costatare che un treno di quelle dimensioni non era proprio possibile portarlo a casa. Felici anni di trenini fatti con le sedie, di capocciate sotto i tavoli e dappertutto, di ruzzoloni per le scale, di scapaccioni che piovevano da tutte le parti e su tutte le parti, di attentati costanti e continui alla propria ed altrui incolumità… con i mezzi piu' disparati. In casa il mio nome risuonava in tutte le tonalita': ( altro che Barbiere di Siviglia ) " Antonio di qua', Antonio di la'. Antonio non toccare. Antonio lascia stare. Antonio, per l'amore di Dio, fermati.... A volte mia madre, mia zia e la domestica facevano dei veri e propri coretti ma il risultato non cambiava, il sottoscritto portava sempre a termine quanto si era prefissato. Il tutto si risolveva sempre con un lungo inseguimento intorno al tavolo della cucina per togliermi dalle mani qualcosa onde evitarne la distruzione. Poi un giorno, anzi un notte , verso le otto del mattino il mio meritato riposo fu interrotto dalla grazia omicida della colf con due o tre spintoni e qualche scappellotto. Stavo per prendere il mio fedele mitra a scintilloni, quando 'assassina, visibilmente preoccupata si affretto' a dirmi: " Antonio, su fai il buono, alzati, devi ndare a scuola...". - " A SCUOLA ...? ALZATI...? "- Il nome oltre che riuscirmi antipatico dal momento che non riuscivo a pronunciare bene la "S "impura, per cui dicevo " cuola", non mi era poi del tutto sconosciuto. Infatti era da tempo che questa dannata parola gironzolava per casa. Io l'avevo recepita ed analizzata, ma non avevo capito un accidente anche perche' i miei parlavano a bassa voce e da dietro la porta, con la paura di essere scoperto, non riuscivo a concentrarmi per benino, pertanto avevo nella mente, a tal proposito, una confusione stellare. Non riuscivo a metter insieme, con un certo nesso logico, le parole: Scuola, Suore, Statali, Maestro, Governative, Private e tutta una serie di numeri: 9, 13, 15, 17, 12, dal momento che ero quasi certo che i miei durante la mia assenza non giocavano alla tombola napoletana. Comunque ritornando al fattaccio: colf rompente,fui costretto, nolente e dolente ad alzarmi. La giornava si delineava decisamente colorata di nero. Di capocciate al lavandino ne avevo sempre date, ma quel mattino fu unica e approfittando del rincoglionimento momentaneo dovuto alla " lavandinata " mentre rivolto alla mecca, Khomeini permettendo, stavo per fare le rituali abluzioni sfruttando il dito piu' pulito che avevo per non inquinare l'acqua, anche se a quei tempi se ne aveva in abbondanza e fresca, mia madre stanca delle mie preghiere altamente ecologiche intervenne con una bieca saponetta apportatrice di abbondante schiuma poco terapeutica per naso, orecchi, gola , collo ed in particolare occhi. Le prolungate rimostranze della vittima semiaccecata furono parzialmente placate con due-tre secchiate d'acqua , tali mi parvero, e da una vigorosa scartavetrata con sottoscopo asciugatorio eseguita puntino con un asciugamano ruvido e fresco di bucato . Ma non era ancora finita... Haime'. Con gli occhi rossi al punto giusto brancolavo alla ricerca di una via di scampo quand'ecco apparire di nuovo mia madre , novello torero, ad attendermi al varco con una muleta nera, somigliantissima ad un saio figlio di una camicia di forza. -" Antoniuccio, vieni qua', fai il buono, se no la Madonnina piange, ecc. Ecc." - Adoperava, quell'angelo del focolare, tutte le circonlocuzioni melliflue e carezzevoli che le mamme conoscono, fin dalla notte dei tempi, per fregare alla grande quelle anime innocenti dei figli. Forse non ci sarei cascato se quell'affarista di mio padre non fosse apparso all'orizzonte facendo ventolare un bel grigione da dieci lire ed un nastro azzurro. Quelle dieci lire mi " rambizzarono". Mi avvicinai cauto e guardingo deciso a prendere al volo le dieci lire e solo quelle. Le presi... Dopo una serie di violenti scontri, stile Vietnam - profondo rosso, in cui mi ritrovavo di volta in volta a fuggire, le dieci lire ben strette nella mano, ora con un braccio infilato in quella specie di saio, ora con il nastro azzurro, che mi riportava: preso per il collo, indietro. Alla fine tutti riuscirono nel loro sacrosanto intento autolesionistico e alla vittima fu pure " ad abbundantiam " rifilata una rapida rastrellata ai capelli nel mero intento di sistemare alcuni ciuffi ribelli. Per recuperare le forze perdute la troupe si trasferi' in cucina dove una tazza di latte a temperatura altoforno, dal momento che occorrendo rinforzi la cuccuma era rimasta sul fornello al di la' di ogni ragionevole limite, fu l'ultima tortura inflitta al dissidente nella speranza di ottenere un minimo di cooperazione. Un grido altalenante, modello sirena vigili del fuoco, diede indicazioni convincenti a tutti i presenti circa la temperatura del liquido . Fu immediatamente eseguita tutta una serie di travasi a scopo raffreddamento. Superata quest'ultima prova del fuoco un povero cristo in saio nero, colletto bianco, nastro azzurro, calzettoni bianchi, scarpe nere tirate a lucido, espressione truce, occhi al sapone, cervello al massimo dei giri immerso in deliranti e sanguinose vendette, fu portato quasi in processione all'istituto gestito dalle suore dei SS. COSMA e DAMIANO ( che Dio li abbia sempre in gloria). Non mancava in effetti nessuno: aprivano il corteo mio padre e mia madre, seguiva mia zia che mi teneva per mano ed in retroguardia, pronta a rintuzzare eventuali fughe Filomena , donna tutto fare che aiutava mamma nelle faccende domestiche. Cap. II° LE SCUOLE ELEMENTARI Il tragitto non fu lungo ne eccessivamente movimentato per cui si giunse subito a destinazione. L' ISTITUTO DEI S.S. COSMA E DAMIANO. L'istituto dei SS. Cosma e Damiano (primo esempio nella storia di societa' multirazziale ) era, come gia' detto, una scuola privata gestita dalle suore ospitata in un enorme edificio a due piani che racchiudeva all'interno due ampi spazi, uno ricco di vegetazione da giardino corredato finanche da una simpatica vasca ovale dove guizzavano, ignari di tanta disgrazia, numerosi pesciolini rossi, argentei e dorati, l'altro, che scoprii in seguito, nudo e spoglio ma in compenso pieno di pollame vario mantenuto in ottimo stato di nutrizione e pronto a sacrificarsi per la sopravvivenza delle suore e di eventuali celebri prelati che di tanto in tanto venivano a constatarne di persona il livello di ruspanteria da essi raggiunta complice al solito l'ottimo ricordo dell'alta perfezione nell'arte culinaria raggiunta dalla sorella cuoca.( perche' poi dicesi CULINARIA???.) Quel giorno, che certamente passera' alla storia,il primo cortile che per comodita' chiameremo giardino, era pieno di altri condannati che come me, infiocchettati e bardati pronti alla macellazione in massa, si dibattevano fra le mani dei loro carnefici e non volevano rassegnarsi a dare l'addio a quella vita di pacchia fino ad allora trascorsa. Altri, piu' grandicelli, giocavano, intorno alla asca affascinati dal tentativo di un loro amico che di soppiatto stava tentando un esperimento di pesca senz'amo. Il tentativo riusci' in pieno tant'e' che manco fosse il capitano Acab e avesse incontrato Moby Dick, fu ripescato a sua volta da sua madre che l'asciugo' a suon di scapaccioni. In mezzo a quel kasino di pianti, strilli, risatine stridule, padri al limite della soppor- tazione, madri super-premurose ed opprimenti rmate di pettine e bacetti, nonni radiosamentee immersi in arteriosclerotici ricordi ad un tratto si apri' una porta ed annunciata da un mini corteo di suore ed educande apparve LEI : La Reverendissima Madre Superiora. Sembrava, a vederla, uscita pari pari da un libro noir di fiabe ad alto contenuto thrilling. Una di quelle vecchine grinzose ed arcigne che fanno di tutto per accattivarsi la simpatia e che inspiegabilmente ottengono l'effetto contrario. Ho saputo dopo che le suore sono le spose del ignore : POVERO SIGNORE, sono sicuro che è per questo che si disinteressa di questo pazzo genere umano, e che diamine, ben facevano gli antichi che mettevano a disposizione degli Dei le "Vestali", alias il fior-fiore della gioventù con abbondanza di curve e sottocurve, vestite con leggerezza e leggiadria. Pensate che perfino i musulmani,avendo capito per intero il dramma del buon Dio e consci gli hanno messo al fianco le Urì che con la loro divina bellezza lo ricreano e pronte anche premiare le anime meritevoli in arrivo. E' vero, anche noi abbiamo gli angeli, bellissimi , eterei ma .... asessuati. Insomma, povero Patreterno.... Una suora, con tutto il rispetto dovuto, simbolo di castità.. Super addobbata, con pettorina e gorgia ecc. Mi fermo qui, anche se mi sembra giusto e d'obbligo ricordare le parole del Padreterno: " Crescete e moltiplicatevi." Parole disattese dal clero,( almeno così pare.) Comunque, digressione a parte , ritornando, resta il fatto incontrovertibile che e' un diritto essere brutti ma , credetemi, La Reverendissima Madre Superiora ne approfittava abbondantemente. Era, per la cronaca, vecchia, antipatica,leggermente ( per non infierire ) racchia, padrona incontrastata di uno stupendo paio di baffetti alla mongola che risaltava ancora di piu' sul bianco della pettorina e della gorgia e di un temperamento decisamente energico. Tutti si aspettavano che stesse li' li' per tirar fuori la famosa mela avvelenata e offrirla alle dolci Biancaneve che ci tenevano per mano invece... Dopo aver fatto un pallosissimo discorso alla napoletana, cioe' con i piedi e con le mani: a gesti, inframezzato da smaglianti sorrisi con la dentiera a mezz'asta, che di tanto in tanto veniva riissata da un veloce movimento della mano abbinando il tutto ad una vezzosa smorfia della bocca , incomincio' a fare l'appello. Lì per lì gli astanti, non appena la R.M.S. pronunziò i primi nomi, furono pervasi dal dubbio che volesse sincerarsi che nessuno avesse disertato e che tutti avessero ascoltato con sommo interesse quell'indecifrabile soliloquio nel quale si era esibita poco prima, infatti invece di chiamare i figli stava facendo l'appello dei genitori. Le tolsero velocemente l'elenco dalle mani, con grande mio dispiacere perche' dopo tanto suo vano disquisire aveva finalmente imbroccata una via di fatto intelligente. Si fece il mio nome. Qualcuno , il solito spione, dotato di non comune spirito di osservazione, rispose : "Presente". Ricevetti uno spintone e mi ritrovai in una stanza con quattro file di banchi. Erano dei banchi neri, erosi dalle mani dei tanti piccoli artigiani miei predecessori. In ogni banco sul limitare del piano inclinato troneggiavano due buchi contenenti ciascuno un vasetto di vetro in cui galleggiava un liquido nero: " l'nchiostro". Di fronte una cattedra monumentale sistemata sopra una pedana, delle carte geografiche a coprire le pareti e da un lato una lavagna con su scritto in bella grafia: I O T T O B R E 1 9 5 0 P R I M O G I O R N O D I S C U O L A Evidente che il messaggio era indirizzato esclusivamente a noi perchè per i ragazzi che in mezzo a noi frequentavano la seconda elementare o la terza elementare sarebbe stato un messaggio superfluo, ma in quel momento lo era anche per noi che non sapevamo nè leggere nè scrivere anche se io grazie a mia madre un qualche rudimento in materia già lo possedevo.. Mentre cercavo un posto dove sedermi per riordinare le mie idee, un ragazzino biondo, Vincenzo, mi invito ' a sedere nel banco accanto a lui. Divenne il mio migliore amico in quegli anni di prigionia. Dopo aver trascorso circa due ore in compagnia di una suora che a turno pretese la singola nostra esibizione alla lavagna dove, dopo averci consegnato un prezioso, a suo dire, pezzo di gesso, ci fece capire che il massimo della perfezione si raggiungeva nel disegnare dei favolosi bastoncini di varia grandezza i quali , a dire il vero, una volta creati sembravano animarsi di vita propria e saltando a pie pari dalla lavagna si appiccicavano inspiegabilmente al saio, pardon grembiule, con il patetico risultato che non si riusciva a capire piu' da che parte fosse la lavagna. Tutto ad un tratto il suono di un campanello fu soffocato dallo stesso baccano a cui aveva dato origine. Pareva si fosse sul set di un film di guerra e non era altro che la " Ricreazione". -RICREAZIONE: sul nuovissimo vocabolario della lingua scolastica risulta essere una parola composta da un verbo:" ricreare " e da un vocabolo:"azione". Infatti ci si ricrea dopo aver compiuto l'azione di fregare la favolosa merenda del compagno che a sua volta ha fregato la tua. A tal proposito,infatti, un noto psicologo ha accertato , una volta per tutte , che la merenda del vicino e' sempre piu' buona , inoltre porta con se il gusto dell'avventura e di solito fa rimpiangere amaramente la propria merenda. Infatti io avevo la pessima abitudine di strafogarmi con molto anticipo il contenuto del panino lasciando solo il pane, per questo motivo non si permisero più di fregarmela. Ma purtroppo non avendo brevettata la scoperta fui defraudato dei diritti d'autore e rimasi fregato un paio di volte anch'io. Durante quel breve intervallo ebbi modo di conoscere altri ragazzi: Giancarlo, Ubaldo, Marcello, Amedea, Barbara, Marilù, ecc. ed infine Lei la vittima : Linda. Divenne subito il capro espiatorio, meglio dire visto il sesso: la capra espiatoria, in quanto in presenza di persone importanti come noi , Lei , timida, non si era mostrata all'altezza di sostenere le nostre elaborate elucubrazioni mentali e verbali. Rientrati che fummo in classe, visto che la suora gridava come un'aquila per ottenerlo, incomincio' per Lei una vera vita d'inferno. Con delle immersioni rapide sotto i banchi, dapprima Giancarlo, poi Vincenzo, muniti di acuminati spillini, si presero il gusto di esaminare la consistenza di quella parte del "con cui si siede dove non batte il sole" di esclusiva proprieta' di Linda che sporgeva innocentemente dal sedile del banco. Allorche' la suora , recuperati gli ultimi disertori, entro' in aula, trovo' una Linda in piedi, pian- gente che chiedeva giustizia accampando una strana storia fatta di spille e culetti. Esotiche vampate di rosso pudore offeso , percorsero le guancie della pudica sorella a quelle impudiche rivelazioni, ma le sue potenti meningi sguinzagliate alla ricerca dei colpevoli si infransero indecorosamente sui muri dell'omerta'. Roboanti minacce furono riversate sull'uditorio affinche' l'episodio restasse figlio unico di madre vedova e ultraottantenne. Ma in seguito i miracoli della medicina moderna, non per nulla si era nell'istituto dei S.S. Cosma e Damiano, fecero Si' che quella madre , malgrado la veneranda eta' e la vedovanza partorisse ancora molti figli. Siccome mi stavo leggermente scocciando e ne davo ampie dimostrazioni, la suora constatata la situazione generale capi' che era giunto il momento di lasciarci in pace e di rimandarci a casa anche perche', penso, avesse lei stessa un irrefrenabile bisogno, dopo quelle due ore trascorse in nostra compagnia, di rinchiudersi nella piu' lontana cella del convento in assoluta solitudine per recuperare. Sembrava che i parenti non si fossero mai allontanati, infatti erano tutti li', fuori del portone principale . Abbracci, baci, lacrime, gridi di gioia, mancava la banda municipale, il picchetto d'onore e l'inno d'Italia cantato dal coro di Santa Cecilia e si era al completo. Fu ricomposta la processione: mio padre e mia madre in prima fila, mia zia a tenermi la mano, colf con alto tasso di curiosita' in retroguardiia a chiedersi come mai fossero bastate poche ore per far cambiare colore ai calzini, alle scarpe, al colletto ed al grembiule del sottoscritto per giunta in un ambiente super controllato. Anima innocente, io, non avvezza alle perfidie di questo mondo, a parte il fatto che credevo di essere gia' un personaggio di primo piano, quasi quasi un laureato (anche se oggi definire cosi' qualcuno e' quasi un' offesa) ero convinto che tutta la faccenda della scuola fosse finita li'. Non vi dico la mattina dopo, quando Filomena, questo il nome della colf, superando ogni piu' fertile immaginazione in fatto di risvegli, con il solito sistema mi sveglio' dicendomi che dovevo andare a scuola. Feci gentilmente notare che la mia furibonda ritrosia ad agire in tale proposito scaturiva dal fatto che c'ero andato il giorno prima, che non mi piaceva affatto ritornarci, che la suora vedendomi i nuovo poteva andare su tutte le furie, che non era il caso di fare i maleducati ecc. ecc. . Non ci fu verso, ne ragione, ne tampoco le dieci lire che il giorno prima mi avevano convinto a tentare. Basta. Fui convinto dalla dea ragione he il babbo adoperava con non poca destrezza a ritornarci di nuovo. Cosi', quel giorno: " 2 OTTOBRE 1950 " anno di somma disgrazia, compresi purtroppo, un po' in ritardo, in che modo indecoroso e fraudolento mi avevano raggirato ed inguaiato nella piu' grande fregatura del secolo: " LA SCUOLA". Tornai a scuola , quella mattina, pervaso dal demone della vendetta. Per strada la mia prima vittima fu la colf, che dovette sudare le proverbiali sette camicie ma io aggiungerei anche mutande e reggiseno, per potermi portare a scuola.Infatti svincolandomi dalla sua mano mi rifugiavo correndo nei portoni o cambiavo strada e lei li a disperarsi per rintracciarmi e riacciuffarmi. Arrivammo a scuola con una buona mezzora di ritardo. La suora mi accolse con un sorriso ed io scambiandola per un dottore la invitai ad osservare un buon palmo di lingua. Ma il tempo lenisce ogni dolore e anche le emozioni piu'violente pian-piano affievoliscono poiche' la mente le rimugina a lungo fino a quando non riesce a trovare per esse una spiegazione plausibile, per meglio dire , che gli fa comodo, in parole povere,fatalisticamente: non tutto il male viene per nuocere, ed archivia il tutto nello scaffale dell'esperienza. Fu cosi' che anch'io vista l'ineluttabilita' della situazione giocoforza l'accettai ma alle mie condizioni. Madre natura non mi aveva fortunatamente dotato di una mamma ruffiana, cioe' di una di quelle madri che giornalmente accompagnando il figlioletto a scuola mettono a dura prova la pazienza della maestra trattenendosi una buona mezz'ora a chiacchierare facendogli perdere del tempo prezioso e soffocandola sotto una coltre di pettegolezzi tutti incentrati sulle doti paranormali del proprio frugoletto che in quanto superdotato a livello meningeo guarda caso il giorno prima ha sbattuto violentemente le corna su quel problemino che -" mi creda signora maestra era veramente difficile tant'e' che ne io ne mio marito siamo riusciti a risolverlo, ma lui tanto ha studiato che alla fine lo ha risolto ". Si scoprira' poi che: non solo era un problema di prima elementare e il genio frequenta la terza, ma che tutta la classe ha centrato il risultato mentre il padre con l'aiuto della "x" della "y" e della "z" dopo averlo trasformato in un problema da quinto liceo scientifico non ha nemmeno sfiorata la soluzione. Ne tampoco il buon DIO mi aveva dotato di un padre che s'impegnasse in qualche diabolico problema di matematica vedi situazione precedente. Infatti il mio augusto genitore di giorno dormiva poiche' gli era piu' congeniale, nella quiete della notte, sedersi davanti al cavalletto e dipingere meravigliosi paesaggi o ritratti di persone oppure, ispirazione sopravveniente, dedicarsi alla composizione di poesie o canzoni in lingua o in vernacolo sulmontino. Mia madre, introvabile ed irripetibile specie di moglie, accudiva di buon grado il suo consorte per cui il giovane rampollo era costretto a vedersela ed a cantarsela da solo cosa che non gli impediva tuttavia di piazzarsi quasi in pianta stabile come capoclasse per meriti di studio. Con il passare dei giorni poi cominciai ad abituarmi, piu' doveroso dire rassegnarmi , e la cosa a piacermi. Il primo venerdi' di ogni mese si era soliti andare tutti in chiesa, cioe' nella cappella dell'istituto per la S. Messa. Io e Vincenzo , ormai inseparabili, durante la S. Messa ( non ricordo di averne ascoltata una al completo ) venivamo sistematicamente cacciati fuori, perche' non appena Don Paolino , il prete di fiducia delle suore cominciava a recitare il Padrenostro,in latino, noi cominciavamo a ridere dapprima pian pianino poi irrefrenabilmente a tutto spiano coinvolgendo tutti gli altri comprese le educande. Ma la colpa non era nostra bensi' del buon don Paolino, che Dio lo benedica, che possedeva, Lui cosi' smilzo e piccolo, una prepotente voce alla Don Basilio che sembrava uscire da tutte le parti fuorche' dalla sua ugola inoltre, bonta' sua, ce la metteva tutta nello storpiare le parole per cui delle innocenti frasi latine acquistavano alle nostre orecchie tutt'altro significato e giu' a sganasciarci per le risate che immancabilmente continuavano nel corridoio dove venivamo confinati a furor di suore che non riuscivano neanche loro a concentrarsi e sotto, sotto, coinvolte a ridere. Un giorno ne combinai fra le tante una piu'grossa del solito e la suora imparo' a prendere le bacchettate. Premesso, come già detto che sui banchi vi erano idue buchi in cui erano alloggiati rispettivamente due calamai,l'alunno Antonio organizzo' la sfida del secolo mettendo in palio un favoloso pennino " PERRY 27 " a chi con un solo soffio vuotava il calamaio. Soffiarono selvaggiamente e contemporaneamente in tre e tutti e tre furono costretti a lavarsi la faccia compresi due spettatori ed il radiocronista, inoltre il colletto bianco di ognuno di loro fu ricoverato d'urgenza in lavanderia a causa di una morbillite nera degna di avaggio riservato. La colpa era evidente tutta loro, ma la suora, figlia di ... Salomone, sentenzio' che io, il promotore, meritavo due bacchettate sulle palme delle mani con esecuzione immediata, avvisandomi che se nel corso dell'esecuzione avessi " putacaso " cercato di evitare il colpo la cifra sarebbe immediatamente raddoppiata : due.. Quattro.. Otto .. Ecc. Fu cosi' che nel giro di un minuto si arrivo' ad na cifra astronomica. Allora la suora, per farla breve, decise di reggermi la mano. Non lo avesse mai fatto, Lei, la bacchetta piu' veloce dell'istituto, nello scontro con il famoso " mano lesta retrattile" rimedio' a volo due bacchettate sul suo gentile polso. La cosa non gli sembro' vera ,volle riprovare, ma il risultato, stante il suo delicato polso dolorante come testimone, non cambio'. La pena fu mutata con tale repentinita' che non ebbi il tempo di evitare due scapaccioni. Giurai vendetta. L'occasione si presento' di li' ad un'ora . Era vicino il momento della ricreazione, eravamo tutti ammassati intorno alla cattedra, io in prima fila. Mi ritrovai " per caso " fra le mani la corona del rosario che le suore tengono a mo di cintura intorno alla vita ... Non ci pensai due volte ed un bel nodo alla marinara sanci' l'indissolubile legame della sorella alla sua sedia. Mi allontanai con fare indifferente dalla cattedra. Al suono del campanello con un simultaneo scatto i alzarono in piedi suora e sedia. Fu aperta l'indagine.. Ci fu il tradimento... Arrivarono le bacchettate con il solito sistema sul polso della suora , fu evitata con molto tempismo la raffica di scapaccioni ma fu giocoforza non rifiutare l'umiliante castigo del quarto d'ora dietro la lavagna, sulla quale perdurando il castigo onestamente non fu possibile scrivere in quanto aveva a tratti movimenti simili a crisi epilettiche. Il traditore rimedio' all'uscita un paio di calci. Venne come il buon Dio volle il mese di giugno. Fui promosso a pieni voti alla II elementare, dopo aver sostenuto cosi' come gli altri un regolare esame presso le scuole statali essendo noi considerati dei privatisti. Cap. III° La mia prima " BICICLETTA" . Il mio Papa', commosso, ascolto' le preghiere del figlio e disubbidendo a tutti i suoi sesti sensi, che dovevano essere parecchi, visto che non gli davo pace da diversi mesi, si recò da un suo amico, il famoso ciclista " Solitario " che gestiva un negozio di biciclette ed acquisto' una robusta due ruote di seconda mano, senza rotelle laterali, di colore nero ricca di un robusto , uno solo, freno a bacchetta e alta circa ottanta centimetri. Negli occhi del fanciullo , si leggeva il desiderio possente e struggente di inforcare quella bicicletta, allorche' il giorno dopo fu recapitata . Il fanciullo, spirito sempre avventuroso, infatti scese immediatamente nella piazza antistante la sua abitazione e dopo aver superate non poche peripezie per issarsi in sella, appena partito si ritrovo', a ringraziare Allah con la faccia per terra. Capocciate per terra tipo ricerca petrolifera, madri impaurite per l'incolumita' dei loro rampolli, dato il mio proce-dere zigzagheggiante, gente che faceva di tutto per evitarmi e che, pur godendo della mia massima collaborazione, non ci riusciva per cui era costretta ad abbracciarmi piu' o meno focosamente includendo nell'abbraccio naturalmente anche la bicicletta. In un giorno furono stracciati tutti i records. Venne la sera , sembravo un sopravvissuto riesumato dalle macerie di un disatroso terremoto, tante erano le escoriazioni che mi ero procurate , per non parlare dei bernoccoli di tutte le dimensioni che vevano trovato posto sulla mia testa sconfinando, per mancanza di spazio, anche sulla fronte, pero' ero riuscito in un giorno, santa cocciutaggine, a non cadere subito a terra, non appena seduto sul sellino, e ad evitare, sul far della sera, di investire i piu' svelti. Raggiunta a mio insindacabile giudizio, dopo una settimana, la padronanza assoluta del mezzo, ritenendo i campioni del ciclismo dell'epoca miei umili gregari, decisi di dare sfoggio della mia abilita' e resistenza compiendo il giro del circondario della mia citta'. Fu cosi' che una calda mattina d'agosto, complice il gradino del marciapiede che mi aiutava in un modo indecente a salire sulla bicicletta, partii fra gli applausi dei miei amici. Arrivato che fui dopo un'ora buona nei pressi della Marane,( una frazione di Sulmona a circa sei Km), la strada allora non era asfaltata, mi imbattei, girando per il villaggio in una deliziosa nonche' ripida discesa di cui era proprie-tario un bel viale largo e ricco di brecciolina e pietre. Non dovrebbe essere difficile imma-ginare la felicita' di quel fanciullo affranto da sei chilometri di strada di fronte a quella vista. Infatti egli si lancio' con tutta la forza dei suoi potenti muscoli giu' per la discesa ed ecco che ... Lunga preghiera sanguinaria... Adombrata da una leggera curva , l'impavido si accorse che il bel viale finiva d'un tratto tagliato ad angolo retto da una stradina con a lato un grazioso gorgogliante e spumeggiante ruscello per l'occasione al massimo della sua portata d'acqua. Furono tirati al massimo il famoso freno a bacchetta che azionando la sua pressione solo sulla ruota anteriore complicoò la situazione... niente... Entro' in funzione in tempi rapidissimi il super-servofreno a scarpe...Niente.. La bicicletta pervasa da spirito autodistruttivo continuo' imperterrita la sua corsa, slittando sul brecciato... Nella foto ricordo, qualora fosse stata scattata, si sarebbe potuta osservare una delicata nonche' complicata composizione intitolata " ragazzo sotto bici a mollo ". Un giorno presi a bordo del mio inseparabile mezzo di locomozione alcuni miei amici. Uno si accomodo' sul manubrio, un altro sulla canna trasversale, ed infine, l'ultimo sulle possenti spalle del sottoscritto che seduto sulla sella pedalava, naturalmente in discesa. L'idea malsana di quella pira ciclistica era scaturita,nelle nostre autolesionistiche teste, dopo aver assistito allo spettacolo di un circo equestre di passaggio nella nostra citta'. Fatto che ebbe labicicletta il pieno di persone ci avviammo lungo la discesa che dal corso scende verso la piazza con l'obbligo di passare fra i pilastri dell'acquedotto Manfredi. Io avendo due teste davanti ai miei occhi e pressato com'ero sulla sella dall'amico che portavo sulle spalle, a dire la sincera verita' non vedevo un bel niente ma poiche' reggevo il manubrio in qualche modo dovevo pur guidare. Fu superato grazie alle grida di spavento di quello che stava seduto sul manubrio il pilastro dell'arco dell'acquedotto medievale, gridammo piu' volte "Pistaa... Pistaaa " tutti in coro ad un alberello ma quello non avendo capita al volo la situazione, cosi' come avevano fatto rocambolescamente alcuni passanti, non si mosse e noi per punizione lo prendemmo in pieno. L'impatto fu decisamente violento. Quando si riaccesero le luci la scena presentava un uomo in fuga su una due ruote nera con manubrio e freno solitario a bacchetta inseguito da tre appiedati doloranti e minacciosi. Mio Padre dopo questo ennesimo attentato alla sicurezza propria e pubblica decise di sequestrarmi la bicicletta ed il sottoscritto fu costretto ad andare in giro con le biciclette altrui prese in prestito. Cap IV° RITORNO A SCUOLA Fini' l'estate, si ritorno' purtroppo a scuola. Su una manica del saio, che ora avevo imparato a chiamare grembiule, spiccavano due striscioline di nastrino bianco: frequentavo la II elementare. Eccezion fatta per quelle due striscioline in fondo non era cambiato nulla. Stessa suora, stessi amici, quelli nuovi che frequentantavano la I elementare non venivano presi in considerazione. Chiaramente ci sentivamo al top dell'istruzione. L'aula era la stessa dell'anno prima, solo il mio caratteraccio inquieto e turbolento non era cambiato ... Era semplicemente peggiorato. Quasi ogni giorno, infatti ricevevo una raccomandazione particolare da suor Maria Luisa la nostra nsegnante. La raccomandazione si svolgeva sempre con il medesimo rituale: tentativo di colpire con la bacchetta la mano del sottoscritto, immancabile bacchettata sul polso di Suor Maria Luisa, allungo pugilistico della stessa per far arrivare a segno almeno un ceffone, schivata con spiazzamento da parte del sottoscritto e spedizione finale del reo alla contemplazione forzata del retro lavagna. Un iorno per la suora, dopo aver sfogliato un antico libro di antichissime massime e consigli rimase folgorata nel leggere :" mal comune mezzo gaudio " e mi spedi' con annessi e connessi al secondo piano in mezzo alle educande che ricamavano di fino. A distanza di anni non si è ancora coclusa l'indagine tesa ad accertare la verita' su quella decisione: infatti dopo chilometriche discussioni il problema rimasto insoluto e' semplicemente questo: " Chi voleva punire Suor Maria Luisa: l'alunno Antonio o tutte le educande?"...Non si sapra' mai. Per me non fu una punizione. Per le educande fu forse una spensierata tragedia. Fili che diventavano, nel corso del ricamo, di spessore e colore diverso. Collegamenti strani fratelai abbastanza distanti, nodi indistricabili, grovigli inumani di fili colorati, aghi e spillini che si animavano e puntavano con decisione in parti esotiche rotonteggianti di esclusiva proprietà delle educande tutto nello spazio di un breve lasso di tempo, quello necessario che occorse alla suora, insegnante delle ragazze, per mettere a fuoco la situazione (specie quando si accorse che il Crocefisso che portava legato alla corona del rosario stava per essere messo ancora una volta in croce e ben legato sul telaio di un'educanda) e rispedirmi a velocita' sostenuta da suor Maria Luisa e da questa, manco fossi una pallina da ping- pong, nel retro lavagna. Ma la situazione " RETRO LAVAGNA" ormai richiedeva da tempo vendetta. Fu così che suor Maria Luisa rimase impigliata con il velo nella porta, anzi lo perse completamente mettendo a nudo una fluente chioma castana. Purtroppo se la presero con il sottoscritto. E' vero pure che fu ritrovato,legato ad un capo del velo un sottile filo di seta nero, ma io che c'entravo , mica ricamavo. Quell'anno il "clou" delle manifestazioni Antoniane si realizzo' con la caccia grossa. Durante il bivacco della ricreazione, giocando ,io ed una amica, Margherita, aprimmo il cancello che racchiudeva nell'altro cortile il pollame. Dopo aver girato per la "Metro Goldwin Mayer" alcune scene del famoso film safari" Caccia grossa al piccione ma anche l'anatra va bene " stanchi e stufi eravamo rientrati in classe dimenticando di richiudere il cancello. Era passata circa un'oretta, quando nel bel mezzo della lezione, dalla porta finestra ntro' con incedere elegante una bella e pettoruta gallina ruspante accompagnata da numerosa prole pigoleggiante. In classe passato il primo momento di stupore, visto che alla graziosa Lady non gliene fregava niente di Giulio Cesare e di tutto quello che diceva suor Maria Luisa sull'argomento, anzi, con l'occhio roteante si era avvicinata alla cattedra con aria minacciosa, si seppe poi che aveva intenzione di vendicare il marito morto in brodo il giorno prima, entro' in funzione il servizio protezione civile classe. Ne nacque un kasino unico ed indescrivibile, Maestra che urlava,pulcini che correvano da tutte le parti, la gallina che si difendeva strenuamente arroccata sull'armadio dopo aver fatta una certa resistenza in bilico sulla lavagna, nel frattempo a darle manforte era arrivata l'aviazione leggera e tre,quattro colombi svolazzavano per la classe , noi alunni pazzi di gioia rincorrevamo tutti e tutto. La stessa scena , intanto, con qualche variante,veniva svolgendosi anche nelle altre classi. Quando si sparse la notizia che tutto il pollame era fuggito dal cortile e si aggirava per l'Istituto, intervennero anche le educande e comincio' una frenetica caccia agli evasi. Galli,galline, piccioni, anatre, pulcini, papere, un paio di tacchini (detti anche artiglieria pesante) ecc. Avevano invaso tutto il collegio. E furono ritrovati e ripresi dopo alcune ore: nel dormitorio dove alcuni si erano mollemente adagiati sui cuscini in pose idilliache; nel refettorio, gia' apparecchiato per il pranzo, che passeggiavano con disinvoltura fra piatti e bicchieri eccezion fatta per qualche artista che si esibiva in puro equilibrismo reggendosi con una sola zampa sulla sommita' di una bottiglia. Una Gallina che era andata dritta filata in cappella e per raccomandare meglio l'anima di sua sorella , finita anch'essa in brodo, passeggiava nervosamente sull'altare, mentre altre aspettavano, sparpagliate fra i banchi, che finisse di confessarsi una loro comune amica , che di peccati doveva averne commessi parecchi dal momento che se ne stava appollaiata nel confessionale e non si decideva ad uscire. Non vi descrivo i tuffi dei miei amici fra le aiuole del iardino per cercare di prendere qualche star- nazzante animale. Alla fine della caccia fu ecessario ripulire tutto l'istituto in quanto risul-tava bombardato a tappeto dall'orda dei uggiaschi. Ristabilita la normalita', fu aperta l'inchiesta e furono come al solito trovati i colpevoli. (C'e' sempre qualcuno che non si fa i ca..i propri .( Confucio...??? )). La punizione doveva, a detta della suora , essere grave e d'esempio per tutti. Fummo quindi condottinello studio del massimo dirigente dell'istituto: La Reverendissima Madre Superiora. Non appena davanti a Lei la suora iniziò a narrare alla R.M.S. l'elenco delle nostre malefatte. La cosa si protrasse per molto tempo dal momento che l'acuto e finissimo udito della R.M.S. decisamente sconvolta dall'accaduto non riusciva a mettere ben in linea quanto le veniva narrato. La colpa va anche data ai postumi di un temerario raffreddore che, noncurante della sua afrodisiaca bellezza aveva avuto il coraggio di possederla. Alla fine miracolosamente , si diede per supposto che avesse capito il problema e cominciò la predica. La dentiera era a mezz'asta: segno di grande lutto, disappunto e costernazione e vi si addensava dietro unFiume minacciosoe impetuoso di rimproveri. Margherita, per nulla intimidita, fece un tentativo, tutto femminile,per cercare di calmare le acque e di punto in bianco con una vocina candida : " Lo sa Madre Superiora che Lei ha un bel paio di baffetti". Un attimo di bianco stupore... Poi dalla graziosa ugola, ad onta di tutte le dentiere di questo mondo usci' un grido che avrebbe fatto crepare d'invidia Tarzan in persona. Ci ritrovammo fuori in un attimo. Il giorno dopo fummo riportati a scuola dai nostri genitori. CAP. V° LA PENICELLINA. " Come sta' ?- E' scesa la febbre ? "- -" Un pochino" - " Che sta facendo , dorme ? " " No !, magari ! "- " Comunque visto che si tratta di una bella tonsillite, gli facciamo una iniezioncina di penicel-lina e blocchiamo l'infezione, poi in seguito se e' il caso gliele facciamo togliere" ("Le tonsille " doverosa precisazione dello scrivente .) Erano voci che, insieme ai passi, echeggiavano per le scale e raggiungevano un piccolo malato di circa sette anni, che comodamente imbucato nel lettone matrimoniale di mamma e papa' lottava con tutte le sue forze per debellare una tonsillite acuta che momentaneamente, con gran sollievo delle suore del pio Istituto, lo aveva reso inabile alla distruzione dei pii attributi. Le voci ed i passi acquistarono ben presto dei volti: appartenevano alla dottoressa, a mio padre,a mia madre e dulcis in fundo a quella buona donna della colf , alias Filomena. Mancava solo mia zia che non tardo' ad arrivare portando una scatoletta argentata fumante che conteneva la siringa e relativo ago appena ppena sterilizzati. Capii subito che le intenzioni del quintetto non erano delle piu' pacifiche e che era senz'altro il caso di assumere una posizione di difesa onde evitare un attacco mirato al fondo schiena. Dal film : L ' I N I E Z I O N E Atto primo , scena prima , " ciack" si gira. Dottoressa -" Penicellina"- Mio padre- " Penicellina"- Mia madre-" poverino"- Mia zia - " Eccola"- Dottoressa" Siringa" mio padre " Siringa" mia zia " eccola" mia madre " Su Antoniuccio che non e' niente ". ("non e' niente il cavolo " pensiero fugace del sottoscritto sempre piu' allarmato ) Stessa sequenza : "Ago"- "Ago"-"Ago". Lento assorbimento della penicellina in due tempi. Mano armata con siringa in avvicinamento lento ... F U G A In due secondi netti mi ritrovai in pigiama inseguito da dieci mani, di cui una armata , giusto sotto il letto matrimoniale, arroccato perfettamente al centro , in posizione irraggiungibile. Ma non avevo fatto i conti con mio padre che dopo avermi blandito in tutti i modi, incazzato a morte comincio' a smontare il letto. Nel frattempo la domestica fu inviata in farmacia ad acquistare un'altra confezione di penicellina. Fui raggiunto. Fu rimontato il letto. Pausa per risterilizzazione della siringa e relativo ago. Atto secondo scena prima " ciack". Caricamento, con leggero tasso di nervosismo da parte di tutti i contendenti, della siringa. Alta percentuale di adrenalina nel sangue di tutti. Tutte le vie di fuga parzialmente bloccate. " Pronti , via " Scatto di reni e ballo cosacco del sottoscritto in lungo ed in largo sul letto matrimoniale,letteralmente accerchiato. Placcaggio rugbistico paterno con tuffo. Iniezione rapida. Errore in profondita' della seguace di Esculapio ( precursore dell'arte medica il cui nome, vagamente spagnoleggiante e per niente " Pio ", e' tutto un programma e sono fermamente convinto che e' stato anche l'inventore delle supposte ). Sguardo misto di meraviglia , dolore ed incredulita' di mio padre che dopo tanta fatica finalmente aveva visto i suoi sforzi premiati da una sacrosanta iniezione ad un dito. Addivennero dopo lunga consultazione , al piu'ragionevole sistema delle pillole che tutto sommato risultavano meno distruttrici e meno faticose da somministrare. In quel periodo fu oltremodo commovente il comportamento delle suore che spesso si informavano del mio stato di salute . Sono convinto che lo facessero per vedere se le loro preghiere, indirizzate a tutti i Santi del Paradiso, e i " te Deum gratia ago " cantati in coro affinche' il mio rientro fosse ritardato al massimo, erano in corso di esaudimento. Come Dio volle fini' anche quell'anno scolastico, fui promosso in terza elementare con il solito sistema degli esami presso le scuole statali, dove invero gli alunni dell' Istituto dei SS. Cosma e Damiano, grazie all'abnegazione delle suore avevano sempre fatto nel corso degli anni delle bellissime figure ed a quei tempi era considerata una vera fortuna essere ammessi a frequentare le elementari in quel pio istituto. La terza elementare passo' elocemente, avendola , per volere di Suor Maria Luisa , divisa fra la mia classe e quella delle educande che pur prese da vero sgomento al mio apparire , pare che quando non mi avevano fra di loro brigassero per avermi. Una ventata di allegria e di dispetti da parte mia e mille buone attenzioni da parte loro nei miei confronti. Cap. VI° GLUGLU' Si avvicinavano le feste natalizie, ed un contadino , memore di qualche favore ricevuto porto' in omaggio ai miei genitori due colombi. Sembravano Stan Laurel ed Oliver Hardy tanto erano, l'uno magro e l'altro grassottello. Fu cosi' che il magrolino si salvo' in un bel cesto con del becchime. Tornato da scuola cercai di prenderlo. La prima reazione della bestiola fu quella di scambiarmi per un gabinetto, forse la paura, poi in seguito ad un lungo discorso che io ebbi a fargli , sembro' capirmi e pian pianino, giorno dopo giorno diventammo vieppiu' amici. Giocavamo insieme alla corsa intorno al tavolo:vinceva sempre Lui ma con l'inganno . Nel preciso istante in cui stavo per sorpassarlo lui , fregandosene di tutte le regole sportive ,tagliava corto e passava sotto il tavolo. Quando studiavo, la cosa gli doveva sembrare strana ,tant'e' che beccando, beccando mi scioglieva i lacci delle scarpe, oppure volava sulla mia spalla e mi invitava al gioco beccandomi con delicatezza le orecchie. La notte il suo posto preferito era sotto il mio letto e la mattina si svegliava nello stesso istante mio. Durante la mia assenza si sistemava fra i miei giocattoli e guai a chi si avvicinava aveva in quel momento il becco proibito. All'ora del mio ritorno si metteva di vedetta sulla ringhiera del balcone e non appena mi scorgeva,spiccava il volo e mi veniva incontro posandosi sulla spalla, se non sulla testa, facendo con me l'ingresso trionfale in casa. Una volta rientrati girandosi torno- torno tubando a piu' non posso mi dava il benvenuto o forse era una sgridata, dolce-dolce, per averlo lasciato solo. Se mio padre, come succedeva spesso , era costretto a farmi qualche calda ramanzina eccolo pronto alla difesa, con svolazzamenti, beccate, e poi a me che piangevo un tubare fitto fitto per cercare di onsolarmi. Ero riuscito a fargli apprendere olti giochi: faceva l'equilibrista su una cordicina tesa fra due sedie, entrava in guerra contro il fazzoletto bianco che io gli agitavo davanti come un toreador, diventava uno squisito passeggero sulle mie automobiline. E non era stupido se qualcuno cercava di prendersi gioco di lui bene: il salumiere che aveva il negozio sotto casa ,sapendo che era ghiotto di riso ne prese una anciata e gliela offri' sul palmo della mano, ma al momento in cui lui stava per prenderla ecco che richiuse la mano. Al secondo tentativo, GLUGLU,(questo era il nome del colombo) capita l'intenzione del salumiere continuo' il volo ed il buon uomo dovette darsi una bella lavata alla testa. Purtroppo tutte le cose belle, chissa' perche',sono destinate a finire. No GLUGLU non ando' via, semplicemente un giorno volo' molto piu' in alto lo vide il Buon Dio e lo invito' a restare. Ma io sono sicuro che di tanto in tanto ottiene il permesso per venire a trovare il suo vecchio amico per fargli qualche dispettuccio. Cosi' gli scioglie per l'ennesima volta le scarpe, gli nasconde qualche piccolo oggetto, gli solletica il naso con la punta dell'ala, gli da' la beccatina affettuosa al lobo dell'orecchio e nei momenti buiil suo tubare mi raggiunge e un tantino mi rasserena. Cap. VII° AVVENTURE IN PIAZZA GARIBALDI Quand'era bella la neve, allorche' pian pianino, specie verso sera, appariva sfioccherellando , alla luce dei lampioni ed imbiancava pian-pianino tutta la piazza. Quanta felicita' mi portava. La notte non riuscivo quasi a dormire . Il giorno dopo avrei radunato gli amici, e via a giocare. Battaglie con le palle di neve. Scivolate con la slitta di Raffaello, oppure, se ghiacciava, direttamente con un pezzo di cartone sotto il sedere e giu' per la discesa, non importa se poi, pur avendo gridato a tutto spiano " eehoop, eehoop ", prendevamo in pieno qualcuno e gia' succedeva anche di questo infatti un giorno beccammo in pieno con la slitta a discesa quasi finita una gentile signora che, poverina suo malgrado divise con noi, meglio, seduta su di noi, la fine di una corsa e l'inizio della successiva inseguendoci. Un giorno di mercato invece appollaiati in tre sulla slitta per una manovra errata prendemmo in pieno una mini-bancarella e la trascinammo con noi sotto gli occhi esterefatti del proprietario, un contadino della zona, che quel giorno, grazie alla nostra pubblicita', con un colpo solo fece fuori tutta la merce, pagata ovviamente dai nostri incazzatissimi genitori. Comunque perdurando la neve mia madre era sottoposta ad un vero e proprio " tour de force " in quanto il sottoscritto rientrava a casa solo quando non c'era rimasto piu' nemmeno un centimetro quadro di abbigliamento personale asciutto. Allora avveniva la decontaminazione dal freddo avvolto in una coperta accanto al camino che viaggiava a tutta forza. Il solo tempo di asciugarmi, di promettere che non mi sarei assolutamente, ma neanche per sogno, bagnato ed ero di nuovo in mezzo alla neve per un nuovo ciclo di ammollo. E la sera poi accanto al camino se non avevo un bel libro da leggere, c'era sempre mio padre per narrarmi le sue avventure o qualche bella storia inventata li per lì. A primavera, in prossimità della santa Pasqua, abitando in piazza, d'un tratto verso sera si sentiva il rumore sordo dei motori di tutta una serie di camion e da dietro i vetri del balcone vedevo con gioia l'arrivo dei carrozzoni del "Luna-Park". Il giorno dopo eravamo tutti ingegneri nel seguire il montaggio delle varie giostre e poi diventavamo tutti aiutanti nella speranza di rimediare qualche biglietto gratis per l'autoscontro. Spesso e volentieri la piazza ospitava anche qualche circo equestre che erigeva transenne torno-torno il tendone e le gabbie degli animali e noi a girarvi intorno con vistose disposizioni safariche immaginando esotiche quanto oniriche avventure, oppure ci infilavamo clandestinamente la sera strisciando sotto il tendone mescolandoci poi fra gli spettatori sulle scalinate da dove spesso e volentieri venivamo espulsi in malo modo. Con i primi caldi ompariva l'immancabile e tanto atteso "Mattiuzze" il gelataio , che con il suo carrettino pedalava per la città e circondario vendendo i gelati. "Gelatii....Gelatii.." Era come se avesse gridato "CARICAAA" Infatti tutti noi, via di corsa dai rispettivi genitori in una estenuante ricerca di almeno cinque, dieci lire per poter acquistare un cono. Ed eccolo li', Mattiuzze, circondato da una marea di bambini, che sollevato il caratteristico coperchio del contenitore , scodellava gelati. C'era però qualche bimbo che non aveva soldini . Non c'era problema , un'assaggino il buon "Mattiuzze" non glielo negava di certo. Sere d'estate, non c'era televisione , e noi ragazzi a schiamazzare tutti in piazza, a correre, a giocare a pallone, spesso rincorsi in biciletta dal vigile " Vapore" che fischiettando arie di celebri opere liriche ci paventava sempre multe che non arrivavano mai, oppure alla corda, a zompa cavallo, in circolo a raccontare. Un mondo che ormai è sparito, inghiottito dalla tv e ancora, con più ingordigia, da internet e dai vari social e telefonini. Cap. VIII° Verso le scuole medie Fini' la terza , mi sopportarono pazientemente per tutta la quarta elementare poi si riuni' il gran consiglio delle suore, promotrice S. M. Luisa, che minaccio' dimissioni immediate, dal momento che in quattro anni era riuscita a darmi solo pochissime bacchettate, fra tutte quelle promesse, e dopo aver speso un oretta buona per far capire alla Reverendissima Madre Superiora , piu' sorda che mai, chi era l'imputato nei successivi tre secondi furono tutte d'accordo che un altro anno con me in classe non era il caso di iniziarlo. Fu così che in tre si presentarono a casa in un pomeriggio di fine luglio e con un espressione di dolore che mal celava gioia, usando parole di vero rammarico (sic?) Comunicarono a mio padre che se aveva a cuore che il pio Istituto dei Santi Cosma e Damiano continuasse ad esistere era purtroppo necessario che suo figlio Antonio, non vi venisse iscritto per poter frequentare la quinta elementare. Quel brav'uomo di mio Padre mi comunico' la notizia con un'espressione a mezzo fra il super dispiaciuto e l'estremamente orgoglioso. E si' che neanche Lui da ragazzo era stato uno stinco di santo a scuola, per cui il detto " Tale Padre, tale Figlio ", lo aveva senz'altro ricondotto a piu' miti consigli circa eventuali rappresaglie. Cosi' fui iscritto finalmente alla quinta elementare statale. Era ora , mai piu' a scuola il pomeriggio, viva la liberta'. In quanto agli amici , tutto da rifare, inoltre per insegnante non piu' una suora, bensi' un maestro, una figura che quand'anche campassi mille anni non dimentichero' mai. Era forse piu' di un padre, buono, paziente, volentieri lo si ascoltava, specie quando , se se ne presentava il caso, ci narrava episodi da lui realmente vissuti quale combattente della seconda guerra mondiale, quando ad esempio, un colpo di mortaio centro in pieno la trincea nella quale stava con alcuni commilitoni e che passato il momento dello scoppio e del poverone, si accorse che era rimasto l'unico sopravvissuto. Ma io, il lupo cambia il pelo ma non il vizio, ero quello di sempre: manesco,prepotente, impertinente, per un nonnulla venivo alle mani con i miei compagni, naturalmente all'uscita e qualche volta con il preludio in classe, tant'è che una volta addirittuta rovesciai, preso da santa sulmontina incavolatura il banco con entrambi gli occupanti e relativi calamai che fecero il loro sacrosanto dovere sui loro abiti. Quasi ogni giorno arrivava in classe una madre infuriata a reclamare la mia testa, qualcuna addirittura piu' decisa veniva direttamente a casa e fra queste un giorno venne anche la mamma di Sandro, che divenne nel tempo il mio amico più sincero e leale. Ma andando avanti... Un giorno il maestro fu costretto, anche lui, per poter spiegare una lezione in santa pace, ad affidarmi ad un suo collega nella classe accanto. Gli ando' male perche' il collega dopo cinque minuti esatti, visto che la mia presenza aveva caricato di una certa elettricità tutti i suoi alunni , mi riaccompagnò di gran carriera nella mia classe... Poco mancò alla somministrazione dei sali per il mio maestro e per il mio compagno di banco povero martire. Ero e son rimasto anche se in modo più edulcorato il classico tipo da "o con me o contro di me". Con la promozione a giugno a pieni voti sia nell'esame di quinta che in quello di ammissione alle scuole medie, ( in quegli anni per poter adire a frequentare le scuole madie necessitava sostenere un ulteriore esame , altrimenti , evitandolo, ci si iscriveva alle scuole di avviamento) finirono i guai per il mio maestro ma cominciarono in pompa magna per il sottoscritto . Ai posteri l'ardua sentenza. Cap. IX° LE SCUOLE MEDIE Le scuole medie, nome altisonante per uno scavezzacollo quale io ero e forse ancora sono. Un edificio tranquillo, a cavallo fra il parco e lo stadio della citta'. Secondo piano, aula in fondo a destra : " 1 G " con una sola finestra che dava adito ad una parziale visione della sola tribuna dello stadio comunale. La' poteva essere rinvenuto il sottoscritto nelle ore mattutine e nei giorni in cui, bonta divina, non era a colloquio con sua eccellenza l'ILL. SIG. PRESIDE, oppure preso da una forte emicrania " mariniera ", dovuta a latinite acuta con sintomi diffusi d'imprepa- razione cronica che verbalmente si manifestavano alle orecchie della parentela come diabolici dolori acuti e persistenti. Tanto persistenti che duravano il tempo necessario per far restare al letto quel tanto in piu' da evitare ogni possibilita' sia pure remota di poter andare a scuola. Naturalmente, consenzienti i preoccupatissimi genitori ( si fa per dire perchè sapevano benissimo quale era lo scopo di quei dolori.) In quell'anno, come accennavo, conobbi la personalita' e l'importanza del preside, in quanto ebbi svariate volte l'onore di andare a scambiare quattro chiacchiere con Lui per mettere a fuoco erte delicate situazioni che avevo avuto il piacere di saper creare. Ebbi anche la soddisfazione, ne avrei volentieri fatto a meno, di fare conoscenza e stringere poscia una amicizia imperitura ( non ci siamo mai lasciati in quegli anni neanche durante le vacanze estive ) con sua eccellenza il sig. Latino, padre della nostra bella lingua ( anche se ho scoperto poi che doveva essere un conquistatore perche' di figlie ne aveva diverse sparse per il mondo ), figlio impuro, a sua volta della lingua Greca che per mia e sua fortuna non ho avuto il piacere di conoscere altrimenti Dio solo sa quale nuova lingua sarebbe nata. A distanza di anni e con il senno di poi sono finalmente riuscito a capire il motivo dei mei insuccessi nelle traduzioni dall'Italiano al Latino e dall'Italiano al francese: la non completa voluta conoscenza della analisi logica. Dramma che si verificò proprio nel corso della prima media, dove la nostra insegnante si limitava a dirci soltanto il numero delle pagine da studiare e per quanto riguardava la spiegazione essa era completa- mente fatiscente e questo per un attento ascoltatore , quale io ero (in effetti imparavo molto stanto ben attento alle spiegazioni che mi interessavano), non amante di stare ore intento ad elucubrare su testi scolastici, si è rivelato il mio tallone di Achille. Ero stato abituato per ben 5 anni alla figura di un solo insegnante ( Io come al solito facevo eccezione dati i miei trascorsi con le pie sorelle.) Quel turbolento scandire delle ore con l'avvicendamento di visi e volti nuovi un pochino, per quanto si poteva esserne preparati,scombussolava. Non c'era una figura su cui poter fare riferimento. Cosi', proprio perche' padrona del problema, l'insegnante di disegno aveva deciso di prepararci all'impatto con tanto buon tatto. Fatto sta' che il giorno in cui venne per la prima volta cerco', bonta' sua , di entrare nelle nostre grazie, cominciando il corso di disegno con il racconto di una fiaba. " Le tre melarancie". Nel corso della narrazione inoltre per renderci ancora più partecipi, Ella mimava, con grazia artistica gli avvenimenti. Assistemmo cosi' alla apertura della prima melarancia, mentre lei passeggiava, infervorata, sulla pedana della cattedra. Nello stesso modo , incalzando la fiaba, fu aperta la seconda melrancia con la professoressa, ormai immedesimata quasi al punto giusto nella parte, che gesticolava camminando da una parte all'altra della pedana. Noi presi da un misto di paura e stupore eravamo indecisi se ridere spudoratamente oppure continuare a farlo sotto traccia. Si arrivo' infine all'apertura dell'ultima melarancia. L'insegnante ormai, calata in pieno nella parte della protagonista della fiaba, in completa trance fiabesca svolazzava ad onta della sua stazza sulla pedana che d'un tratto stufa si fece da parte e la terza elarancia si apri' su un'insegnante di disegno che ruzzolava in mezzo ad un polverone ed un kasino enorme coinvolgendo, nel tentativo di un tardivo appiglio, anche quella povera disgraziata della cattedra che non c'entrava niente. Occorsero due giorni di esercizio per ristabilire il perfetto funziona- mento delle mascelle dilatate dal troppo ridere. Fatto si e' che passati i primi mesi di adattamento, strette le prime amicizie ed incominciato ad odiare amichevolmente il latino,accadde un bel mattino il fattaccio di cronaca giallo rosa . Dunque la nostra prima stupenda e super mini stretta aula era adiacente ad una altra aula che nelle ore di lezione era frequentata esclusivamente da gentili donzelle. A dividere il diavolo dall'acqua santa c'era un semplice foglio di mattoni (come si dice in gergo edilizio) che confinava con il soffitto tramite di una vetrata a scacchi. A parte il cinguettio soffuso che percepivamo per altro si puo' dire le che le puelle( santo latino) non ci davano molto fastidio. Anzi aspettavamo sempre con ansia la fine delle lezioni per poterci congratulare personalmente con loro aiutandole a indossare i cappotti che grazie al nostro aiuto mostravano uno spiccato senso di liberta' e potevano essere indossati dalle proprietarie solo dopo tutta una serie di ontorcimenti da circo equestre. Ma il caso, strano caso, volle che un bel giorno, forse a causa del gorgheggio prolungato , un vetro della scacchiera in alto subi' un trauma e fu rimosso onde evitare ulteriori traumi. Si era aperta la breccia . Attraverso quel varco, la potentissima squadra di artiglieria della nostra classe incomincio', specie nei momenti in cui avveniva il cambio della guardia sulla pedana della cattedra, con dei tiri calcolati al millimetro, a far piovere sulle donzelle le cose piu' strane ed impensate. Una corrispondenza fitta fitta, che a volte faceva anche comodo per via di certi compitini e o versioncine. I professori chiusero un occhio, lì per lì a quella pioggia incessante in nome di santa madre " public relation ", ma li dovettero aprire un bel giorno tutt'e due quando sul banco di una casta ed illibata fanciulla venne a posarsi di punto in bianco, chiaro " sex simbol ", una bella e nutrita banana di prosperose dimensioni. Un grido ci avverti' che l'oggetto misterioso, ma non tanto, era arrivato a giusta destinazione e poco dopo, come per incanto, il preside in persona venne a congratularsi con noi per il felice esito del lancio seguito dal segretario nelle vesti del dottor Watson. Il discorso del preside fu breve e conciso, non disse nulla, poiche' i resti martoriati della banana ( risposta piu' che persuasiva alle nostre " avances " ) scesi bruscamente dall'alto, dopo averlo evitato solo per pura fortuna, si posarono su di un banco loindussero a trasferirsi nell'aula accanto. Il giorno dopo, purtroppo fu rimontato il vetro nuovo, che si dimostrò non solo, di pessima qualita' ma anche abbastanza volatile infatti non riusci' a superare l'ora della ricreazione e inspiegabilmente spari'. Non si è mai saputo il sesso di chi lo porto' all'ultima dimora ed in quale modo. Il preside allora , con salomonica decisione trasferì la nostra lasse in un altra aula, la famosa aula "G" in fondo al corridoio ed al nostro posto sistemo' una classe femminile. La decisione fu presa non tanto per via del vetro ma per i seri problemi che sorgevano quando il nostro orario d'uscita coincideva con quello delle ragazze vista l' esigua ampiezza del corridoio, da noi detta:"l'ora della palpata". "15 GIUGNO 1956" una data da ricordare. Incomincio' da quel giorno la mia indissolubile amicizia con il latino che innamoratosi follemente del sottoscritto, paventando l'estate, pazzo di gelosia, decise di non mollarmi e costrinse la mia buona insegnante ( graziosi monologhi la raggiunsero quel giorno ed il suo nome fu molte volte coniugato con stupende parole in puro vernacolo) a rimandarmi ad ottobre. Fu un'estate un po' strana.Mio padre valente pittore di quadri, fu invitato dai Missionari Comboniani, ad eseguire per la loro Chiesa, nel nuovo istituto di Pesaro, un grande quadro, una Pala D'altare, raffigurante La Madonna che appare ad un bambino in compagnia di un padre missionario. Quel buon uomo, prevedendo che al suo ritorno, lasciandomi a piede libero, avrebbe dovuto portare la sua cara meta' dal neurologo, decise controvoglia di portarmi con se'. Il recondito scopo era anche quello di farmi apprendere per bocca dei padri missionari, un poco di dottrina cristiana in modo da farmi somministrare la Santa Eucarestia e nello stesso tempo prendere lezioni di latino da uno degli insegnanti dell'istituto. Hai visto mai che dopo il buon Dio gli concedeva la grazia di avere un figlio meno impertinente e buon latinista. Da premettere che il buon Don Luigi, rettore della parrocchia cui la mia famiglia apparteneva, le aveva tentate tutte per avermi nelle ore della dottrina cristiana. Il problema era che le signorine che volenterosamente cercavano di erudirci, me presente , non concludevano molto subissate dal mare dei perche' cui erano sottoposte, inoltre qualunque risposta generava ulteriori domande e alla fine ognuno rimaneva caparbiamente ancorato alla propria opinione. Bisognava comunque mettere in conto che nelle giovani menti degli altri discepoli il caos in materia religiosa arrivava al punto giusto dopo quel fitto-fitto domande e risposte. Ma lo confesso, la mossa paterna in questo campo, fu da scacco matto e trovai in un simpaticissimo quanto pazientissimo padre missionario pane per I miei denti. E' bene tenere presente comunque che si tratta di sacerdoti preparati alla bisogna, infatti quella e' la loro missione ed il loro fine: convertire. Comunque dopo la " tournee'" in quel di Pesaro, al ritorno, novello Cesare, anch'io potei dire " Andai, vidi, ruppi " le scatole con annessi e connessi a tutti quei buoni padri Comboniani di villa Balatof. Furono 24 giorni di pacchia. Ogni mattina, con una ricca marcia tipo " Vasalopped ", di 4 chilometri, in fila sparsa , raggiungevo insieme agli altri convittori il mare in una spiaggia appartata. Non appena ivi giunti la prima categorica occupazione era quella di mettere i piedi a mollo per una veloce cura di recupero, poi dopo le solite fanciulle- sche abluzione marine, a mezzogiorno , puntuale il potente mezzo messo a disposizioni dalle missioni riportava fortunosamente indietro il gruppo, e qualche volta era lo stesso gruppo che riportava sfortuna- natamente indietro a spinta il potente mezzo delle missioni. Piu' di una volta un pio bove ci sollevo' dalla gravosa incombenza. I pomeriggi, dopo il riposino pomeridiano, erano caratterizzati da un via-vai di convittori che si spostavano dal campetto di calcio al centro traumatologico nell'infermeria del collegio , dove venivano curati in modo sommario alle caviglie doloranti per essersi imbattute nel delicato piedino del terzino della squadra avversaria, che ero io. Famoso calciatore , il sottoscritto, pur di non far entrare la palla nell'area di tiro e non , demoliva sistematicamente con modi non molto ortodossi l'incauto avversario. A dire la sacrosanta verita' fra me ed il gioco del calcio non c'e' mai stata una grossa affinita' elettiva. Per la palla io ero "colui che non c'è", infatti il problema era che il tentativo di calciare il pallone si risolveva sempre con un calcio alla gamba dell'avversario, in poche parole non ci prendevo. ( anche se sono quasi certo che era la palla che si spostava).A tutto questo c'era da aggiungere che il mio abbigliamento da calciatore era un compromesso strano di misure. Pantaloncini un paio di taglie in più che io tenevo arroccato al mio corpo grazie ad un provvidenziale laccio di uno scarpone senza il quale avrei giocato in mutande, aggiungendo al tutto un paio di scarpe decisamente esagerate, che per quanto ne volessi stringere i lacci i miei piedi avevano un abbondande spazio residuo da conquistare. Insomma ci sciacquavo dentro e durante quella prima ed unica partita ( non ce ne furono altre) il loro tentativo di fuga più d'una volta ebbe successo e grazie ad uno di questi tentativi che ebbi l'onore di segnare l'unico gol della mia vita. Incredibile ma vero. Rimane solo da aggiungere che il portiere messonell'imbarazzo tra il parare la palla e prendere contemporaneamente una scarpata in faccia preferi' evitare la scarpa che dopo quell'incredibile tiro, per essere sicura al cento per cento della traiettoria impressa mi si era sfilata, come al solito, dal piede e seguiva a velocita' sostenuta il pallone. Era un goal solo ma valeva per due. Ritornato a Sulmona, ripresi ad amoreggiare con il latino. Superati gli esami di riparazione ritrovai gli amici in seconda media. Sezione " G ", classe degna di Sing-Sing, ripiena com'era di piccoli delinquenti il cui unico scopo mal celato era quello di essere sempre in agguato per fregare al meglio i vari professori e non studiare. Quell'anno infatti quasi tutti i nostri insegnanti furono cambiati, non ci fu dato di appurare se il cambio era avvenuto per vie gerarchiche o per espressa volonta' dei professori stessi. Permane tuttavia il dubbio che la seconda ipotesi non fosse del tutto da scartare. Comunque l'anno comincio', per cosi' dire, quasi bene. Il nuovo professore di latino non appena corresse la mia prima ferrea traduzione di un brano italiano in latino si accorse immediatamente che nella sua classe ospitava un genio, oserei dire, incompreso. Correggere quella versione rappresento' per lui un costo imprevisto in quanto gli scomparve fra le mani la sua gloriosa matita rosso-blu. La versione fu proposta all'attenzione del traduttore che li per li non la riconobbe come tale avendola scambiata per una carta geografica attraversata da leggiadri fiumiciattoli blu e sconfinate linee di confine rosse. Il voto doveva essere un favoloso " Zero Spaccato ", ma la matita, ormai ridotta al lumicino, era riuscita a malapena a disegnare un mezzo cerchietto che parlava comunque da solo. Dopo due mesi di intenso studio della lingua francese, una mattina il mio amico Lorenzo, paventando una simpatica interrogazione , per lo stress fu costretto ad alzare il braccio e, mostrando le classiche due dita alla Winston Churcill a chiedere il permesso di assentarsi momenta- neamente per problemi idraulici. Ci fu un estenuante tira e molla con l'insegnante che non voleva farsi scappare la preda ma alla fine da buoni italiani si giunse al compromesso: -" Se me lo chiedi , esprimendoti in francese, te lo concedo." - " Professore' je me ne vaje". E se ne ando', lasciando la classe a ridere e la professoressa a contare gli errori. Venne anche l'inverno. Un inverno ricco di neve come non mai. La celebre nevicata del 1956. La neve e' sempre stata la mia passione, fin da piccolo, allorquando ritornavo a casa bagnato come un pulcino per essere stato a giocare appunto con la neve. Mio padre, quell'anno, mi regalo' un bel completo da sciatore: pantaloni neri, maglioncino bianco, scarponi predisposti per gli sci, il tutto all'ultima moda. Il giorno dopo , in attesa dell'inizio delle lezioni, complice la divisa, ero il capo incontrastato di una squadra di franchi tiratori che da dietro le aiuole centravano con simpatiche palle di neve tutte le ragazze che passavano a tiro. Disgraziatamente una palla di neve lanciata dal sottoscritto dopo aver mancato clamorosamente un gentile fanciulla, si poso' con molto" far play" sulla gentile testa del vicepreside con l'assurda pretesa di diventare vicecappello. Non vi descrivo la gioia del bersaglio che per meglio complimentarsi del felice esito del tiro mi afferro' per la collottola e dopo avermi accompagnato davanti all'ufficio del preside, mi prego' di attendere per ricevere , dalle mani del Preside in persone il primo premio di tiratore scelto. Senonche' per evitare di essere travolto dall'onda di piena dei ragazzi che entravano per l'inizio delle lezioni me ne andai nella mia aula. Trascorsero circa un paio d'ore, quando la porta della mia classe ebbe appena il tempo di subire un vivace " toc-toc " che si spalanco' ed un dito accusatore punto' dritto su di me. Era il vicepreside, che dopo aver visitato tutte le classi, maschili e miste, finalmente, con visibile soddisfazione, aveva rintracciato, complice la mia divisa da sciatore, il cecchino. Il preside mi attendeva. Ma il buon professore di latino stabili' salomonicamente che premio migliore, da concedermi, era senz'altro una stupenda interrogazione in latino... Fu siglato il giudaico accordo . Quel giorno il preside mi manco' tanto. Nel frattempo erano anche incominciate le discussioni a lungome- traggio con il mio non mai dimenticato professore di lettere detto anche il re del " VA BENE ". Per la cronaca era in grado di pronunciare, come intercalare, verbo e parola nel corso di una lezione circa mille volte. Il piu' delle volte, nel bel mezzo di una spiegazione, un rullare ritmico delle nocche sulla cattedra, creava un'atmosfera tipica da tam-tam da Africa nera con tanto di segnali di fumo che scaturivano dalle nari del professore ( decisamente incazzato ) poi, con crescendo rossiniano : "... Va bene... Va bene... Va bene... ( l'indice puntato su di me a mo di lancia ) (Crescendo ritmico con tripudio di nocche e super segnali di fumo.) "... Va bene... Va bene, vai fuori !...Va bene... va bene..." Pallida reazione. -" Professo'.. ma...? ". ( Pieno ritmo da " piede di guerra " ) " Va bene, va bene, vai fuori, va bene, va bene.." Con una pazienza certosina, senza avere alcuna spiegazione ( anche perche' non ne avevo bisogno ) mi alzavo e lentamente mi avviavo verso la porta , accompagnato dal rullare delle nocche sul piano della cattedre e dalla sequela dei "va bene". Non appena il professore rientro' in possesso di una fiammante matita rosso blu io raggiunsi il massimo dell'aspirazione nel voto in uno scritto di latino. " Zero spaccato meno, meno, meno, meno ". Infatti considerato che tutto il brano da tradurre in latino constava di ben settantacinque parole superando me stesso lo avevo inzeppato di centocinquantuno errori. Inoltre, a completare l'opera, alcune parole latine, tenuti presenti I vari vocabolari consultati dallo stesso professore, risultavano decisamente nuove. Eppure per me che le avevo create erano sembrate perfette. Grazie a questi episodi di rinnovamento della lingua latina fui invitato a dare un saggio della perfezione raggiunta, come al solito, ad ottobre. Anche quell'anno il mese di luglio lo passai presso i buoni padri missionari in quel di Pesaro. E in occasione dell'inaugurazione del dipinto realizzato da mio padre ricevetti la mia prima omunione. Quell'anno lo stesso padre missionario che con tanta abnegazione l'anno precedente mi aveva intrattenuto piacevolmente con delle simpatiche laesioni di latino, riabbracciò la stessa croce non solo ma mi erudì al meglio sui misteri della fede dandomi anche lezioni di catechismo. Poi il giorno prima della santa funzione che avrebbe fatto di me ancor di più un bravo cristiano mi insegnò come prendere l'ostia e fu così che: guarda come si fà ...e prova tu che ti faccio vedere io.... nel giro di una mezzora facemmo fuori un paio , se non di più, di contenitori di ostie, non ancora consacrate. Per cui zitto io e zitto tu. Il giorno dopo, durante una bellissima e indimenticabile funzione,durante la quale fu benedetta e mostrata ai fedeli la grande pala d'altare dipinta da mio padre io ricevetti e presi in modo impeccabile per la prima volta il Corpo di Cristo. Le prove avevano ottenuto il loro scopo e molti colleggiali dovettero contentarsi, fra lo stupore dell'officiante, delle poche ostie restate che furono sezionate in piccoli pezzi Il mio mentore fece come al solito anche lui la santa Comunione, ma quel giorno i suoi occhi brillavano più del solito , era felice. Aveva ricevuto l'incarito per raggiungere e prendere posto in una sperduta missione in Africa. Vi confesso che da come ne avevamo parlato durante le lezioni e le prove sia l'anno prima che in quell'anno sarei partito volentieri assieme a Lui. Ma il buon padre mi fece notare che in Africa era meglio che restassero gli africani, e che non era il caso di assistere, dopo il mio arrivo, ad un secondo esodo biblico . Fini' l'estate, superati gli esami di riparazione ed eccoci in terza media. Stessi professori, identico pazzesco desiderio di studiare, giornaliere visite di cortesia al Preside che quando non mi vedeva mandava in classe il bidello per accertarsi della mia presenza. Stratosferiche discussioni al " va bene " con il mio professore di lettere. Angelici coretti in classe con la professoressa di disegno che aveva un voce da mezzosoprana per cui al secondo acuto arrivava il vice preside ed il coretto diveniva un duetto all'ultimo grido. Violente colluttazioni a casa con i libri di testo che mi inseguivano da per tutto e finalmente gli esami liberatori di terza media. Dei voti commisurati alle mie diaboliche capacita' di elusione dello studio mi presentarono ai miei esaminandi. Gli scritti furono rocambolescamente superati e dopo una settimana di passione venne il mattino degli esami orali. Stavo per sedermi davanti al mio professore, presente la commissione esaminatrice, per dare un saggio, oltre che della mia travolgente faccia tosta anche della mia inverosimile preparazione nelle materie letterarie, il mio" con cui si siede" non ancora aderiva perfettamente al piano della sedia che fui colto in flagrante dal professore con una domanda decisamente a trabocchetto: -" Com'era fatto lo scudo di Achille ?." A me..! Pacifista incallito una domanda del genere...! Il tarlo della diffidenza insinuatosi nella mia mente " Vuoi vedere che e' una domanda a fregatura ? " mi consiglio' di pensare. Scartai a priori che lo scudo d' Achille fosse il suo tallone ma poi messo di fronte al fatto che un gentile membro della commissione faceva dei gesti strani con le mani atteggiando il pollice e l'indice in modo molto allusivo, dopo aver avuto per un istante il dubbio che quel gesto si riferisse alla mia innata capacita' di rompere tirai ad indovinare e non volli neanche pensare che quel buon uomo di Achille, pur non avendo una madre troiana, fra tutti gli achei , avesse lo scudo quadrato, per cui risposta secca alla "o la va o la spacca"-: -" Tondo ? " Il mio professore, un tipo molto distratto, mi guardo' un po' di traverso poi, essendo affiorato nella sua mente un punto interrogativo gigante, mi chiese: " Chi e'...va bene... tondo..?. Va bene..." tamburellando sulla cattedra. - " lo scudo d'Achille , s'intende." -" Va bene ...Va bene... passiamo ad altro ... Va bene ..."- Dissertando amichevolmente su celebri scrittori e poeti approfittai della ghiotta occasione, recitando celebri versi, per mettere a nudo la mia innata capacita' di improvvisazione per cui alcune poesie celebri sfiorarono l'immortalita' ed il professore particolarmente colpito da un " T'amo pio bue... " a cui fece seguito " l'albero a cui tiravi... " si sciolse in un " pianto antico " per le risate quando dulcis in fundo San Martino se ne ando' per colli con un mare di vino spumeggiante. S T O R I A -" Va bene... va bene... parlami di Napoleone... va bene... va bene.."- -" Napoleone nacque ad Aiaccio, in Corsica, all'eta' di diciotto anni si arruolo' nell'esercito francese ed a Nizza conobbe Garibaldi. Divenne grande amico di Garibaldi...." E Garibaldi sopra e Garibaldi sotto gli rifilai pari pari tutto quello che sapevo di Garibaldi. Il professore, impegnato come non mai, in una meticolosa pulizia dei suoi occhiali, forse ci voleva vedere piu' chiaro, ad un tratto mi chiese dubbioso: -" Va bene... va bene... ma io...va bene... Cosa ti ho chiesto...Va bene.. -" Di parlare di Garibaldi "- " Va bene... vai avanti ... va bene..." Con la prematura morte per colpo apoplettico di Garibaldi a Caprera si chiuse il ciclo garibaldino ed anche l'esame di storia . Dopo aver resistito eroicamente e stoicamente all'interrogazione di ben tre materie, latino ( pace all'anima sua ), italiano e storia il rincoglionimento del sottoscritto era al punto giusto e rimaneva ancora: G E O G R A F I A . -" Va bene ...Parlami...va bene... Della Svizzera... va bene.. " Nel corso di una seria enumerazione di cantoni furono prese delle cantonate diaboliche, ma grazie a santa madre distrazione furono anche superate agevolmente, poi la domanda del secolo: -" Il Congo belga a chi appartiene ." Tutti voi avreste detto subito al Belgio. Elementare. Troppo facile. Per cui diffidente pensai alla fregatura. Pensa che ti ripensa con un occhio frugavo nella mia mente, per cercare di capire quale diabolico piano avesse messo in atto il mio professore , con l'altro lo guardavo rendendomi cosi' che non solo mi teneva ben inquadrato ma la sua espressione denotava la feroce intenzione di non farsi fregare. Preso dal panico mi affrettai e fra le tante nazioni plausibili lo affidai alla Germania.Il professore a quella risposta rimase senza fiato, e per poco non soffocava dal ridere ( mi aveva fregato), mentre io toccavo ferro vedendo la promozione allontanarsi a grandi passi il CongoBelga veniva passato in rivista da tutti i santi del calendario. Per fortuna non fu l'ultima domanda e potei riscattarmi. Malgrado tutto il latino mi tenne compagnia anche quell'estate. Un giorno mio padre incontro' il mio professore di lettere ed a differenza di tanti altri genitori che sul conto dei propri rampolli ottengono notizie confortanti, il mio invece si senti' dire: " Va bene... meno male ... va bene...che e' finita... va bene... altrimenti va bene... Mi avrebbero portato... va bene...al manicomio. Non per sminuire il mio curriculum scolastico che potrebbe sembrare nefasto, ma un minimo di giustificazione permettetemi di portarla avanti. La mia famiglia non godeva di uno stipendio fisso mensile ma si appoggiava per la sua sussistenza alla locazione di alcuni fabbricati e alla conduzione in mezzadria di alcuni terreni, in particolare vinicoli. Ergo, nel periodo che da settembre va fino a novembre inoltrato la raccolta dell'uva e la sua trasformazione in vino aveva la preponderanza. Il sottoscritto non appena finite le lezioni, raggiungeva i genitori nella casa di campagna, circa tre chilometri a piedi, dove fervevano i lavori vinicoli. E dare aiuto era più che doveroso oltre che necessario. Tant'è che in seguito, appena tredicenne, a parte il periodo della pesatura tutto il resto avevo imparato a portarlo avanti da solo. Non era un giovincello di primo pelo il mio papà allorchè sono nato, di primavere ne aveva ben 54, e ora a 68/69 ben volentierì si fidava del sottoscritto per questi lavori venendo saltuariamente a controllare . va in seguito, appena tredicenne, a parte il periodo della pesatura tutto il resto avevo imparato a portarlo avanti da solo. Non era un giovincello di primo pelo il mio papà allorchè sono nato, di primavere ne aveva ben 54, e ora 68/69 ben volentierì si fidava del sottoscritto per questi lavori venendo saltuariamente a controllare . Pertanto , a parte " Voglia di studiare stammi lontana" molto era dovuto a tutta una serie di incombenze di questo tipo che poco spazio lasciavano allo studio comportando così qualche interrogazione decisamente non ottima e tutto questo non faceva altro che confermare nella mente dei miei insegnanti che fra me e lo studio ci fosse la catena dell'Himalaia. D'altra parte e ben noto che se si da di se una buona impressione fin da principio un pochino ci si campa per tutto l'anno ed anche la più inverosimile scusa pe una interrogazione non felice diventa plausibile. CAP. X° ISTITUTO TECNICO DI RAGIONERIA Il mese di settembre del millenovecentocinquantanove passo' alla storia come il mese "Padre di tutte le decisioni". La famiglia al completo si riuni' nel ring casalingo e dopo una decina di round fu deciso che, essendo il sottoscritto stato sconfitto ai punti, latino docet, avrei frequentato per gli anni a venire l'istituto tecnico per ragionieri. Il primo anno, dato il mio invidiabile curriculum scolastico decisamente guadagnato sul campo, fui associato al primo girone " C ". Stupenda classe con parquet risalente al primo millennio dopo Cristo, arredata con gusto : banchi in ferrolegno plastificato, lavagna incombente piazzata fra la porta e la cattedra, due finestre modello abbaino dei sette nani con panoramica vista sul tetto del municipio, e fra le due finestre, a troneggiare, una dispotica e spocchiosa stufa in terracotta di dimensioni fuori dal normale che, di solito, nelle giornate d'inverno bisognava coprire con qualche calda coperta onde evitare che crepasse dal freddo. Il drappello degli alunni che si accalcava in sì stupenda aula era formato da autentici V.I.P. ( Veri Incredibili Paraculi.) Il piu' modesto vantava almeno una sospensione. Pur avendo eseguito i soliti sacrosanti scongiuri di inizio d'anno, con palpeggiamenti a sangue al di sotto della linea di galleggiamento con rischio di orchite acuta, l'anno scolastico prese un iter, fin dal secondo giorno, abbastanza compromettente. Infatti sua eccellenza il nostro professore di calligrafia detto "Casamicciola " per via della sua ricorrente minaccia: " Qua succede casamicciola se ecc.ecc ), ci spedi' in tredici ( i magnifici tredici) da sua eccellenza il Preside. Ci volle del bello e del buono e tutta la nostra arte oratoria per far capire al Preside, cocciuto piu' di un mulo, che il motivo della nostra visita era stato dettato dalla necessita' di pregarlo di far capire al nostro professore di calligrafia che, se non eravamo in possesso dell'occorrente per seguire la sua lezione manualmente ( pennini, inchiostro e quaderni ecc.), non era colpa nostra ma bensi' sua dal momento che non ci aveva concesso il permesso di uscire un attimo dall'aula onde poter recuperare il materiale suddescritto presso le nostre coetanee del corso " A ". Il malinteso fu chiarito, le donzelle ci restituirono gentilmente il materiale che noi avevamo prestato loro nelle prime ore e la lezione incomincio'. Eravamo stati comunque dei veri gentlemen. Sul finire di novembre con il repentino calo della temperatura la nostra stufa capi' che volente o nolente doveva entrare in servizio. Il prode Emidio, il bidello, arrivo'di buon mattino con un carico di tutto rispetto di legna, carta e carbone. Inzeppo' la stufa in un modo indecente ed essa per vendetta comincio' a tirar fuori un fumo nero ed acre . La balenante speranza di poter saltare a pie' pari le restanti ore di lezione ci rese super solidali per cui furono chiuse istantaneamente le finestre e contemporaneamente la valvola della stufa per aumentarne le prestazioni fumogene e attrezzati con fazzoletti a tappare bocca e naso aspettammo l'arrivo del professore della prima ora. Il professore di francese fece il suo ingresso in aula e data la nebbia accese un primo cerino per orizzontarsi per cui avanzando a tastoni dopo aver inciampato sulla pedana si rese conto di aver raggiunta la sua postazione cioè la cattedra. La sedia, si offrì alle sue terga dopo una attenta ricerca e sfruttando la pallida luce di un secondo cerino, sfigaccia nera, aprì il registro e senza sapere il come e il perchè, novello Sherlock Holmes, chiamò sette poveri disgraziati e li spedì Preside con l'infamante accusa di aver cercato di uccidere quel mostro avaro di calore. Non ci fu verso di far capire al preside che noi non avevamo colpa alcuna e la sua predica quella mattina supero' le nostre piu' rosee aspettative data la decisione finale :" Andate a casa e domattina ritornate accompagnati dai vostri genitori ." La mattina dopo si svolse l'antichissima processione di origine spagnola: " La parentada ". I primi cenni storici di questa processione si perdono nella notte dei tempi essa inizia sempre la sera prima con l'annunciazione : Tono dimesso leggermente sportiveggiante o a piacere vittimeggiante: " Papa' domani dovreste accompagnarmi a scuola o tu o la mamma. Sai il Preside vorrebbe parlarvi." - " Che cazzo hai combinato ? Animale !" Domanda-cazziata paterna. " Ma io niente, la stufa non funziona e se la prendono con noi ecc.ecc."- La mattina dopo davanti al "sancta sanctorum ( la presidenza) si accalca una piccola processione di parenti che, scosparso il capo di cenere, una volta all'interno intonano il famoso cantico delle creature, (le creature eravamo noi e S. Francesco c'entrava solo per il fatto che un po' bestie lo eravamo pure). Il Preside, nella parte di fratello Lupo, ululo' a lungo piu' per vezzo che per necessita' e colpito infine da Francescano ravvedimento ci puni' riammettendoci "bonta' sua " in classe. La mia passione per la meccanica comunque non si era mai sopita . Era l'ora di calligrafia, ( animale decisamente strano per il sottoscritto la cui grafia di solito assomigliava, per un esperto segugio, alle traccie lasciate da una gallina intontita dall'alcool cioe' ubriaca ) ed io estrassi dalla cartella con cautela l'ultimo grido della tecnica in fatto di penne per calligrafia: Una stupenda penna con pennino retrattile a scatto. Con la leggera pressione di un pulsantino, posto lateralmente sull'astuccio, il pennino scompariva all'interno della penna stessa. Avevo da poco vergato sul foglio con mano Giottesca una diabolica " A " e la stavo rimirando osservandone le linee un po', per non dire troppo, sghembe che il professore, passando fra i banchi ne fu colpito e dopo avermi chiesto a quale scrittura appartenesse e quale simbolo fonetico rappresentasse quello strano oggetto in miniatura da me disegnato, visto che io insistevo nel dire che trattavasi di una " A " decisamente araba (infatti non si capiva bene ) inorridito e scandalizzato mi tolse la penna di mano e dicendomi " Accettone,( grossa accetta n.d.s.) adesso ti faccio vedere io come si scrive " e poso' con grazia professionale il pennino sul foglio. .La penna, non usa ad un simile delicato trattamento, si impenno' e con scatto felino richiamo' all'interno il pennino lasciando cadere sul foglio una orribile macchia nera. "L'ira funesta del professor che scrive vi narrero' con una penna nuova..." Infatti la penna volo' sul tetto di fronte e:" Se domani non porti una penna di legno , lunga cosi' (oltre mezzo braccio) e con tanto di pennino regolarmente attaccato, succede "casamicciola" e ti sbatto dal preside a vita. Tornato a casa, memore della misura richiestami, mi diedi da fare. Presi un piumino, uno di quelli che si usano per togliere la polvere nelle parti in alto là dove non si arriva, lo spiumai per benino, vi alloggiai ad una estremita' con meticolosa cura un pennino ed il giorno dopo mi presentai a scuola con quel mezzo metro abbondante di penna che nella cartella non ci voleva stare per via della sua lunghezza. All'ora di calligrafia, l'acuta vista del professore, scorse , con sua meraviglia che in un banco, nelle ultime file c'era qualcosa che ondeggiava... ...Fu messa in bella vista nella bacheca con dicitura scritta in bel corsivo: "Penna portata dall'Alunno Del Beato Corvi Antonio", oggetto in seguito di pellegrinaggi e risate. Alla fine delle lezioni quasi ogni giorno si recitava a soggetto " La Rattata delle Bambine". Ci accalcavamo tutti all'inizio delle scale per incontrarci con le donzelle della prima " A " che uscivano alla nostra stessa ora. Poiche' le scale erano strette e decisamente ripide quelle povere ragazze impossibilitate a fuggire capitavano giusto-giusto in mezzo a trentadue allupati . Caos perfetto, ragazze che, pur papereggiando, rispondevano colpo su colpo, bidello: Emidio, che arroccato in posizione di strenua difesa prometteva improbabili rodomontiche vendette e punizioni, professori che pur essendosi messi d'accordo il giorno prima per far uscire noi un quarto d'ora dopo le ragazze puntualmente si sbagliavano per cui si usciva tutti o un quarto d'ora prima o dopo ma comunque contemporaneamente concedendoci gentilmente i nostri sacrosanti due piani di morbidezza. Ma chi dava piu' fastidio era comunque Emidio. Si riuni' il consiglio degli anziani e fu comminata la pena. All'ora d'uscita " Don Chisciotte " era la', appollaiato sul primo gradino a scendere della gradinata piuttosto ripida. Dalla retromassa parti' un onda di spinta lunga ed irresistibile. I piu' svelti in prima fila si aggrapparano disperatamente alla ringhiera della scalinata ma Emidio non ci riusci'. Il responso ospedaliero seguito a una rampa di scale fatta in modo decisamente pellegrino fu solo una stupenda ingessatura ad una gamba e tre quattro cerotti sparsi. Il traffico nei giorni successivi, diretto in prima persona dal Preside, si svolse in maniera silenziosa e underground :si dava e si riceveva in silenzio e sotto sotto. Recita un vecchio adagio scolastico: Se c'e' un cervello non e' del bidello perche' il bidello e' senza cervello. Di mezzo grado piu' su' del bidello con mezzo grammo di solo cervello c'e' il segretario, antico bidello. Ma con un grammo di mezzo cervello si ottiene un Preside mezzo bidello." Infatti tutte le mattine sul far delle dieci la porta della nostra aula si apriva pian pianino e i baffi del Preside facevano capolino. Lo chiamammo " Baffos il grande esploratore." Finchè un giorno, sfuggito miracolosamente all'arrivo di un pezzo di legna lanciato in piena guerriglia di classe, non osò più affacciarsi. Alla fine dell'anno ci fu " l'esploit " di trentadue alunni: Sei promossi ...( Tutti hanno un cardinale ) Tredici rimandati ...( tutti hanno un prete ) Tredici respinti ... ( qualcuno non ha nessuno ). Io non avevo nessuno.. Ma non per questo mi scoraggiai e l'anno successivo ritentai per rimanere fregato un'altra volta. Secondo tentativo in prima ragioneria Non appena a settembre si ritorno' a scuola, ero talmente deciso a fare la persona seria che credevo fosse impossibile da parte di chicchessia rimuovere la mia determinazione. Ma purtroppo fui tradito ancora una volta dalla fama e dall'alone di leggendario alunno irrequieto che mi circondava. Anche quando non volevo mi trovavo coinvolto nelle faccende piu' strane specie nei primi giorni. Allora decisi che era meglio essere accusati per aver commesso il fatto che subire innocentemente e senza appello la condanna. Io ed il preside, destino perseguitante, eravamo diventati due corpi ed un anima, neanche lui fosse stato una bellissima donna . Ci vedevamo quasi tutti i giorni, fortuna che nessuno di noi due aveva tendenze strane :poteva nascere un grande amore. Quell'anno il professore di calligrafia fu la gentilezza in persona. Quando ci cacciava fuori si preoccupava di fornirci, a richiesta,anche le sigarette, ma Emidio, sempre lui, non voleva che si fumasse nei gabinetti. Si riuni' di nuovo il consiglio degli anziani... Il giorno dopo nel bagno scoppio' una furibonda lite, sembrava volassero fior di bastonate. Arrivo' don Chisciotte e prese la mancia, infatti era atteso con impazienza dalla troupe degli attori e se prima le botte erano finte non appena arrivo' il paciere, giusto il proverbio che" chi sparte ha la mejio parte " messo repentinamente nel mezzo rimedio' tutta una sequenza di calci , pugni e schiaffi. Da allora ogni qualvolta lo si sentiva arrivare, bastava far finta di litigare che di Emidio se ne perdevano le tracce nei meandri dell'istituto . Quell'anno debutto' sulla scena della prima " B " lo stenografo. Lo stenografo era un nostro compagno di classe che non avendo tempo per studiare a casa, durante le ore di religione, che precedevano quelle di stenografia, si armava di buona volonta' e icopiava in santa pace i compiti di stenografia. Un giorno il sacerdote, dall'alto della cattedra si accorse che un certo alunno che non aveva mai preso un appunto in vita sua, specie durante la sua lezione, ora era indaffaratissimo e addirittura stava stenografando la sua lezione per cui avendo momentaneamente perso il filo del discorso , per la meraviglia, chiamo' lo stenografo ed a bruciapelo gli chiese: -" Che cosa fece Dio ? "- Disperati S.O.S scaturirono dalle pupille del nostro stenografo e gli accorati appelli "ciglio-morse " furono subito raccolti ed il suggerimento arrivo' repentino : -" LE STATUE ... LE STATUE... "- Lo sguardo dello stenografo, nel recepire quel suggerimento, si riempi' di amletici punti interrogativi lanciando in " ciglio-morse " un supplicante " Che cazzo dite...? " Il professore incalzava: -" Allora lo sai o non lo sai ?"- -" Si... si, lo so' professo' ." -" Bene e allora...? " -" Le statue... professo' " -" Vai fuori imbecille ! " - All'ora di ricreazione delle favolose " stozze " ( merende) comparivano fra le mani dei nostri amici che venivano dai paesi vicini ma evidentemente non erano sufficienti per uno di essi di corporatura decisamente massiccia per cui un giorno con molta calma stese sul banco una tovaglia, tiro' fuori un pentolino con fagioli e cipolle, un bel pezzo di pane casereccio, una bottiglia con un quarto di vino ed inizio' a mangiare con tanto gusto che il nostro professore di stenografia si fece invitare di corsa anche per affogare in un buon bicchiere di vino il dispiacere che gli procurava Francesco, nostro compagno di classe che, alto quanto un soldo di cacio ma cocciuto piu' di un mulo, se ne fregava allegramente sia della calligrafia che della stenografia, per lui esisteva solo il francese. Vero e' che l'insegnante di francese gli aveva promesso una solenne bocciatura se non si decideva a parlare in francese. Egli era stato cosi' colpito da questa predizione-ammonizione che qualunque lezione si svolgesse, in particolare calligrafia o stenografia, lui ostentava sempre e comunque sul banco i libri e i quaderni di francese. Gli altri professori , presala per una fissazione, lasciavano correre ma al prof. " Casamicciola " la faccenda non andava proprio giu' per nessun verso. Fu cosi' che , rinforzato da un assaggio di fagioli e cipolle rinvigorito da un buon bicchiere di vino casereccio, incominciata la lezione, dopo aver provveduto a sistemare nel cesso i soliti tredici, cioe' noi, fu colpito al cuore dagli ostentati libri di francese sul banco di Francesco. Lite furibonda e Francesco preso per un braccio fu messo in orbita con destinazione cesso inseguito nell'etere da libri e quaderni di francese. Da quel giorno sul banco di Francesco di fianco ai libri di francese comparvero in pianta stabile anche quelli di calligrafia e stenografia. Quando a primavera iniziarono i lavori di riparazione del tetto prospiciente la nostra aula i muratori rimasero sbalorditi dall'enorme numero di penne, mozziconi di matite, calamai e gomme che avevano trovato posto fra le tegole e nella grondaia. Noi quella mattina contammo tre cesti pieni: a tanto ammontava il risultato dei tiri fortunati effettuati dal nostro professore di stenodattilografia. Ogni giorno poi, visto che ci erudiva nelle materie letterarie, avevamo in classe l'erede diretto del Vesuvio detto meglio "Fumarola". Alla fine della lezione, due ore in media,visto che ci erudiva nelle materie letterarie, la cattedra acquistava un aspetto principesco con una corona di mozziconi di sigarette. Non ricordo d'averlo mai visto senza la sua inseparabile sigaretta fra le labbra ed e' grazie a Lui se per un paio d'anni sono stato l'unico oltre al mio compagno di banco a saperne di piu' sullo stato del Messico. Il tutto perche' durante la lezione di geografia fummo sorpresi mentre combattevamo una disperata battaglia tipo " Pearl Harlbor ". Fu così che in una pausa della spiegazione in classe si udi': " 4-B... colpita? " " No ." " Ma le navi ci stanno , si o no ? " " Tocca a me... 8-C... colpita ?" " No " " Porco qua' e porco la' ma ando' stanne ? " -" Adesso ve le faccio vedere io le navi dove stanno.... -risata generale in classe- se per domani non avrete ricopiato per quindici volte sul quaderno tutto il capitolo che riguarda il Messico, le navi le ritroverete ad ottobre ". Fu cosi' che imparammo tutto quello che c'era da sapere , secondo il nostro libro di testo , sul Messico... Quindici pagine di dolore che ci fecero consumare un quaderno intero. I problemi stenocalligrafici non ci avevano comunque abbandonati ne il rito della "rattata" delle bambine a fine lezioni. Le nuove alunne del 1 corso "A" inoltre ben conscie della galanteria maschile erano oramai di casa nella nostra classe in una perenne questua di pennini, calamai, matite e gomme. E noi fessacchioni impudenti, tutti in piedi a fare a gara per servirle. Sentivamo un "toc..toc.." gentile e costumato alla porta e tutti in attesa con le cartelle aperte pronti a soddisfare le eventuali richieste.( Di solito la restituzione del prestato avveniva alla fine delle lezioni ed offriva a volte l'occasione per approfondire la conoscenza. n.d.s.). Qualche volta ,ironia della sorte , si scopriva che era quella pacioccona della bidella , non vi dico la delusione . Poi imparammo a riconoscerne il tocco e non ci frego' piu'. Ma una mattina un - toc...toc...- piu' aggraziato che mai, titillo' le nostre orecchie, mentre una voce decisamente angelica chiedeva il permesso di entrare. In classe, tutto un rimescolio di cartelle, nel giro di un decimo di secondo su ogni banco si poteva osservare in bella mostra tutta una coreografia di penne, pennini, calamai, matite stenografiche, gomme per gli usi piu' svariati che neanche alla fiera campionaria della cancelleria sarebbe stato possibile reperire e tutti i componenti la classe pronti , alla Far West, a prendere e consegnare. " Avanti..." La porta si apri' pian piano, timidamente.... La tensione era al massimo..... Un secondo dopo inquadrata l'aliena, altro rismecolio pazzesco, in meno di un decimo di attimo tutto quello che prima era in mostra fu ricacciato a viva forza nelle cartelle....Nessuno aveva niente.... " ERA TROPPO BRUTTA ." Per fortuna la servì il fratello che era con noi in classe... Verso la fine dell'anno scolastico il professore di francese ci annuncio' l'arrivo di un ispettore scolastico. Infatti nel giro di qualche giorno questi arrivo'. Era una donna, meglio un donnone formato armadio quattro stagioni,profondissima conoscitrice della lingua francese. Il professore dopo i preamboli di rito, si impegno' a fondo in una spettacolare lezione " en francais " e poi decise di far partecipe l'Armadio della preparazione dei suoi allievi. Per cui in primis, con prefazione, interrogo' l'alunno che a suo giudizio era piu' preparato poi volendo far notare al " Quattro stagioni con ante " che anche il meno preparato, sempre a suo giudizio, era purtuttavia bravo, acchiappo' il sottoscritto. Niente di male se Lui non avesse sottolineato la mia impreparazione. L'avrei ammazzato. Gli promisi vendetta. Ma l'anno gia' volgeva al termine e lui fu trasferito. I soliti tredici, con qualche variante furono respinti. Il mio professore di francese ebbi il piacere di incontrarlo molti anni dopo seduto al bar in quel di Pescara. Fu lui a riconoscermi e a chiamarmi. Gli ricordai l'episodio, mi rispose serafico che l'aveva fatto per spronarmi allo studio, conoscendomi per un tipo molto orgoglioso. Gli offrii' un caffe'. Cap.XI° IL LICEO SCIENTIFICO: " ENRICO FERMI" Non ci sono dubbi , ne' ce ne erano allora , che il sottoscritto, da buon abruzzese, fosse ereditariamente tarato al nomadismo acuto, meglio alla transumanza. Novello pastore, infatti, senza pecore nè capre, anche se le due bocciature a ripetizione sembravano consigliare quello del pastore come mestiere sicuro e redditizio, mi iscrissi al primo anno del Liceo Scientifico. Liceo che proprio in quell'anno veniva inaugurato nella nostra citta'. Mi fu riferito in seguito, che il Preside, un sant'uomo tutta casa, scuola e chiesa, dopo aver letto il mio nome fra gli iscritti si fosse recato precipitosamente, battendosi il petto, in chiesa dove il bidello lo raggiunse con un cero "Tipo perpetuo " che fu acceso ai piedi di uno stupendo Crocefisso di legno al quale , novello Don Camillo, il meschino chiedeva, sospirando, il perche' di si' tale e tanta punizione, di quale diabolico peccato si era dunque macchiato per aver meritato nel suo istituto un simile alunno, lui così timorato di Dio. E per questo motivo il primo giorno di scuola, dopo aver passato notti insonni, venne in classe, la prima e unica classe quell'anno del primo "Liceo scientifico Fermi" dove, dopo aver finito il discorsetto inaugurale, venne al dunque, cioe' a me, scongiurandomi di fare il bravo ragazzo. "Signor Del Beato, mi preme farLe presente che Lei oggi è ospite nel più antico e rinomato complesso scolastico della Città " Il Liceo Classico Ovidio" che non è certo paragonabile ad altri Istituti, di conseguenza sono certo che saprà come comportarsi in merito." Sante parole, ma la mia fama non mi proteggeva anzi per essermi permessa una simpatica risata ad una castroneria del professore, mi ritrovai sbattuto fuori dopo non appena cinque minuti che il preside era andato via. E naturamente l'incontro non desiderato: " Cosa fa in giro sig. Del Beato ?" " Mi scusi signor Preside , sto andando al bagno ." " Non perda tempo inutile, vada e rientri presto in classe." Ritrovai in classe il mio numero, Trentadue, così come tanti eravamo in ragioneria,tanti eravamo in quel primo, primo Liceo Scientifico, per la prima volta istituito a Sulmona, , ivi comprese sette donzelle. Avevo lasciato il professore di stenodattilografia e avevo trovato nei panni della professoressa di lettere la sua consorte. Una signora semplicemente squisita e simpatica. Me ne stetti buono buono per quasi un mese, evitando accuratamente di dar fastidio limitandomi a spedire ogni tanto qualche involontario distratto a qualche interrogazione inesistente. Finchè una volta mal me ne incolse poichè l'interrogazione la rimediai io al posto dello spedito. " Oh, sveglia, vai ti ha chiamato...?" "Chi? Non ho sentito, che dici?" " Come che dico, - rivolgendomi al vicino di banco- è vero che l'ha chiamato?" " Si è vero, vai, spicciati vai.... Vai" " Ma se m'ha interrogato ieri, un'altra volta?" La professoressa, stava attenta e aveva capito la situazione e aspettava il risultato.... Infatti con una santa pazienza, pur sapendo di non essere preparato, non avendo studiato perchè interrogato il giorno prima eccolo davanti alla cattedra. " E tu che ci fai qui?"--- " Professorè, m'avete chiamato..." --- " Io, non ci penso proprio.... Vai , vai vai al posto. Lo so chi è stato.... Del Beato Antonio, vieni, vieni, una bella interrogazione in latino, poi sentiremo anche il consigliere vicino." Non vi riporto le risate dei compagni nè le mie preghiere a tutti i santi. Ci si accorse, dopo qualche mese dall'inizio dell'anno scolastico che il tetto della nostra scuola necessitava di urgenti riparazioni tant'e' che in alcune classi ,nei giorni di pioggia le lezioni venivano seguite con l'ombrello. Comincio' quindi il grande esodo. Fummo ospiti dapprima delle scuole elementari dove, per un problema di turni con i bambini, le lezioni iniziavano nel primo pomeriggio. Una sera, sul piu' bello di una astrusa lezione di matematica, l'unica lampadina che dall'alto ci illuminava con la potenza dei suoi centocinquanta watt ebbe un lampo di genio, sicuramente fulminata dalla meraviglia di aver capito qualcosa, e ci lascio' al buio. Fu chiamato in tutta fretta Vincenzo, il bidello che a tempo di record, ( erano altri tempi ), lanciato a folle velocita' dal suo attaccamento al dovere, arrivo' con una chilometrica scala a libro poggiata in equilibrio su entrambe le spalle avendo avuto cura di tenere la testa nel mezzo delle due metà della scala stessa. Entro' in aula in piena velocita' e rimase con la testa semighigliottinata nella scala a sua volta incastrata nella porta. Cercammo di aiutarlo ad entrare tirando verso l'interno la scala, ma ci rendemmo conto che la cosa non arrecava alcun sollievo a Vincenzo , anzi dall'espressione dei suoi occhi vicini allo strabuzzamento e dal colorito vieppiu' paonazzo del suo volto capimmo appena in tempo che stava per passare a miglior vita. In classe qualche animo nobile aveva gia' scritto l'epitaffio da apporre sulla lapide: " Qui giace Vincenzo, il bidello morto in singolar duello con una scala di grossa proporzione che netto gli recise il capoccione." Il kasino in classe era al punto giusto. Lo liberammo dalla scomoda posizione, ma gli rimaneva da sistemare la lampadina. Naturalmente il tutto alla luce incerta di una candela. Una cordicina fissata al centro della scala teneva insieme i due pezzi per non permettere alla stessa di trasformarsi in una ballerina di danza classica e quindi di esibirsi in una spettacolare spaccata. Ma a noi riusciva difficile immaginare la posizione che avrebbe assunta il bidello in questo caso. Per cui ripetutamente tentammo con dei fiammiferi di recidere la cordicina ma la velocita' di discesa di Vincenzo ed il suo potente soffio non ci permisero di raggiungere l'obiettivo, pur avendo messo in atto una decina di tentativi. Quando torno' la luce l'insegnante di matematica ebbe modo di conoscere lo scrivente sotto un'altra luce : per forza, direte, era stata cambiata la lampadina... Questa graziosa insegnante aveva un piccolo simpatico cane, di razza imprecisata, i cui occhi erano nascosti da un bel pelo lungo bianco, grigio e nero. Noi lo chiamavamo " Pitagora " o piu' gentilmente il " Cane pitagorico ". Pitagora era talmente affezionato alla sua padrona che non la lasciava neanche quando lei era costretta a venire a scuola. Un giorno, fui pregato di fare in modo che questo pitagorico cane, che si era incaponito di voler essere il trentatreesimo alunno della nostra classe, tornasse a casa o piu' semplicemente non entrasse in aula. Ma vuoi il caso, vuoi la mia distrazione di cui parleremo in seguito, questo benedetto cane dopo aver evitato con cura di essere preso, dopo avermi dimostrato matematicamente che se lo acchiappavo avrei preso anche due o tre mozzichi ad un tratto spari' completamente. Incomincio' la lezione di matematica. Finì la fase delle spiegazioni. In classe entro' anche la professoressa di Lettere che, giudice a latere, manifesto' la gaia intenzione di voler assistere a qualche interrogazione. L'orologio comincio' a battere i lunghi, interminabili, eterni minuti della " STRETTA ". Si trattava di stabilire, a quel punto, chi era il fortunato vincitore di una favolosa interrogazione all'ultimo sangue in matematica. Un silenzio di tomba, rotto solo dall'ansimare affannoso di trentadue petti e dal sinistro stridore di sessantaquattro chiappe che si torcevano vieppiu' nella stretta mentre gli occhi di tutti seguivano angosciati il dito indice dell'insegnante che percorreva i nomi sul registro. Infine il vincitore, anzi la vincitrice " Dolores de panza " alias Adriana . Una simpatica ragazzina, esile e flessuosa come un giunco nonche', per via di frequenti doloretti vaganti, impreparata cronica. " Professoressa... sapete ieri... non ho potuto...un terribile mal di pancia.. Lei capisce..." Non riusci' a dire altro, l'irruente insegnante di lettere, degna consorte del caro " Casamicciola " che conosceva bene la sua pollastra ,indignatissima per quella indecorosa farsa, vibro' un pugno sulla cattedra che, a dire il vero, oltre a fare onestamente il suo lavoro, in quella faccenda non c'entrava niente tant'e' che " inkazzatissima " per aver subito , lei "innocente",un simile trattamento, comincio' a sussultare e quindi...Sempiterni Dei...a parlare anzi a "latrare ". Si udi' infatti un doloroso e prolungato " Caì-Caì " poi con un furioso abbaiare da sotto la cattedra usci' fuori quel benedetto cane pitagorico che mi aveva seminato ed era scomparso proprio nascondendosi, all'insaputa di tutti, sotto la cattedra. Era matematicamente un " Figlio di cane ". Impallidimmo tutti, Adriana svenne, ci volle del bello e del buono ed un abbondante uso di sali per farla rinvenire, naturalmente a lezione finita. In classe le risate si sprecavano, ma un povero Cristo dopo aver rischiato pitagorici morsi fu addentato direttamente dalla padrona e trascinato in una travolgente interrogazione di matematica . Andando a scuola nelle ore pomeridiane incominciarono a verificarsi con una certa frequenza degli strani " Black out " di energia elettrica. Fu interpellata la societa' E.N.E.L. Ed alcuni valenti e rinomati ingegneri vennero piu' volte in sopralluogo effettuando tutta una serie di prove ma risultava tutto in perfetto ordine. L' unica cosa certa era che, quando questo accadeva, le lezioni venivano sospese per mancanza di visibilita' e noi si ritornava a casa a volte con due o tre ore di anticipo. Pareva ci fossero i fantasmi invece era un gruppo di super terroristi antilezioni che infilava nelle prese elettriche poste nei punti piu' impensati un bella spina cortocircuitata cosi' dapprima saltavano le valvole interne poi insistendo anche quelle esterne ed il gioco era fatto . Non appena veniva adottata la soluzione del " tutti a casa " veniva fatta scomparire la prova del reato . Fu cosi' che il nostro preside , tagliando la testa al toro ordino', novello MOSE', un altro esodo e le lezioni ripresero regolarmente al mattino nell'altra scuola elementare in posizione diametralmente opposta. La palestra della scuola che ci ospito', all'epoca veniva adibita esclusivamente per gli esercizi ginnici delle donzelle di varie scuole. Queste, nelle giornate di sole, munite di succinti pantaloncini, eseguivano spericolati esercizi standosene comodamente sdraiate , insegnante permettendo, a prendere la tintarella nel cortile adiacente la palestra all'interno della scuola, ma che era visibilissimo dalla finestra del bagno della scuola medesima. Quando arrivava la notizia che queste bellezze si stavano esibendo in questi estenuanti e faticosissimi esercizi di " Relax " al sole, noi si faceva a gara per uscire dall'aula, come se quel giorno ricorresse una acuta epidemia di incontinenza. Era una bella giornata di sole, in classe tirava un aulico venticello caldo ed odoroso di Latino che, per via di un innata allergia, mi procurava una fastidiosa sensazione di malessere. Le donzelle, ultima notizia di radioclasse, si stavano esibendo al sole. Decisi di uscire per andare a respirare un po' di aria pura, disinfettata al cloro, in quel del " W.C." . Alzai la mano con le due dita in segno di vittoria. Atteggiai il viso alla " Mo me la faccio addosso fate presto " e malgrado la mia arte il permesso mi fu rifiutato. Era troppo. Decisi seduta stante di farmi sbattere fuori. Costruii in tutta fretta un meraviglioso ed affusolato aereo strappando con intima gioia una pagina dal quaderno di latino, lo corredai con estrema finezza di nome e cognome e lo spedii con un lancio che, statene certi, non avrà eguali nella storia dell'aviazione scolastica , sulla cattedra dell'insegnante. L'aereo, parti', fece il giro del lampadario e si poso' con un " accattedraggio " da manuale sulla cattedra, poco distante dalla sintassi latina. Un grido rauco, poi un urlo :" Chi e' stato ? ". Aspettai, per creare un po' di suspence e per far salire il livello della punizione mentre tutti i compagni mi guardavano sottecchi. Al secondo grido di fuori il colpevole confessai e fui sbattuto fuori a pieni voti. Mentre mi accingevo a varcare la porta dell'aula, felicissimo, la solita gazzetta cornuta sussurro': L'ha fatto apposta per andare a vedere le ragazze in pantaloncini ." Io ero gia' arrivato alla finestra del bagno. Fui raggiunto da un novello " Filippide " che recava l'ordine di un mio immediato riinclasse. Da quel giorno i miei permessi furono annullati, potevo anche crepare, ma fuori al W.C., se non era una giornata di bufera con tuoni lampi e fulmini alla " Cavolo come piove " non mi ci mandava nessuno qualunque cosa facessi, anzi per tenermi occupato mi interrogavano. E pensare che era primavera. Una delle finestre della nostra aula dava sulla strada sulla quale un famoso bar pizzeria, tuttora esistente, operava. Il mio banco, giustamente appostato nelle vicinanze della finestra e per l'esattezza l'ultimo della fila di fronte alla cattedra, restava un po' solatio e meno in vista degli altri da parte dei professori. Ci si mise d'accordo con il gestore del bar. Una mezz'ora prima della ricreazione, dalla finestra scendeva, manovrata con perizia una gentile e flessuosa cordicella che recava un biglietto con l'ordine al bar. Di solito, cornetti e coca cola, qualche volta tranci di pizza. Allorchè il barista legava il tutto alla corcicella, noi si provvedeva a farla risalire pian pianino. E, giusto in tempo, per la ricreazione avevamo il necessario. Potevano partecipare tutti chiaramente. E venne anche in quella classe un ispettore. Pretese di interrogare alcuni alunni in storia, lui,che era sordo come una campana, e indovinate chi interrogo'...? Ma naturalmente il sottoscritto, ed io , complice la professoressa ( gli ispettori non sono mai piaciuti a nessuno ) gli rifilai una partita di pallone pazzesca alternando il volume della voce es.( Giulio Cesare- a voce alta-passava la palla- voce bassa - a Pompeo Crasso -voce alta- ecc.) I miei compagni stavano crepando dalle risate e la professoressa stessa, mentre con fare serio annuiva ogni tanto, aveva le lacrime agli occhi. L'ispettore fini' per convingersi, osservando il volto della professoressa che la mia bravura era tale che Lei piangeva per la commozione. La finale dell'interrogazione fu un capolavoro perche' l'ispettore si congratulo' con la professoressa per l'elevato grado di preparazione dei suoi alunni. Al che' fummo pervasi tutti dal dubbio : chi era stato preso in giro ? Noi o lui ? . Non avevo mai marinato la scuola all'insaputa dei miei genitori ma decisi che comunque era una esperienza da provare per cui una mattina di primavera uscii di casa, come al solito con la bici, per andare a scuola e cercando di non farmi scorgere da nessuno cambiai strada e vicolo ,vicoletto pedalando mi apprestavo ad uscire dalla citta'. Ma la Jella era in agguato. Fu cosi' che spuntando non tanto lentamente ad un incrocio ottenni un incontro ravvicinato del terzo tipo con la professoressa di matematica che a scuola era sempre andata in macchina e guarda caso quel mattino vi si stava recando " pedibus calcantibus ". E per poco non la investivo in pieno NO COMMENT. ( se non è jella questa ditemi voi) Per evitare ulteriori problemi fui costretto, dal momento che avevo adombrato appunto alla prof, che mi stavo recando sia pure in ritardo a scuola, ad andare in classe dove il dubbio della prof fu sciolto con una cogente interrogazione. La fauna della nostra classe , oltre al sottoscritto aveva anche altre rarita' in specie un elemento che vantava natali nordici e caratteristiche veramente nordiche inclusa una incredibile faccia tosta. Era anche cagionevole di salute non riusiva a togliersi di dosso malgrado energiche cure una forma cronica di " Marinite acuta ". Tant'e' che una mattina, pur piovendo, colpito a tradimendo dalla sua malattia passeggiava con noncuranza lungo i viali dei giardini pubblici. Per una stranissima combinazione astrale il suo deambulare lo porto' ad imbattersi nella persona del Preside. Don Alfonso, il preside, credendo di conoscerlo,gli chiese bruscamente come mai a quell'ora stesse ancora in giro e non in classe. " Innanzi tutto, Lei chi e' e come si permette di dirmi queste cose. Lei non sa chi sono io, sono tre anni che non vado piu' a scuola (sacrosanta verita') e sono tre anni che lavoro in officina". Il preside a quella risposta, confuso, chiese scusa e preso da un dubbio cosmico, malgrado la pioggia, venne in classe a verificare. " Pietro " (questo il nome ) non c'era. Il giorno dopo "Pietro " c'era ed arrivo' anche il Preside che malgrado fosse fornito di due occhiali tipo binocolo lo riconobbe e gli appioppo' una repentina sospensione. Pietro gia' pregustava il piacere di venti giorni di assenza autorizzata, ma la sospensione ,per intercessione dell'insegnante di lettere fu commutata in un obbligo di frequenza per venti giorni consecutivi, cosa questa che avrebbe costituito un record per Pietro, il cui dolore per questa decisione a tradimento fu emplicemente immenso. Ma il Preside non mi aveva dimenticato cosi' un giorno, meravigliato che tutto sommato non aveva avuto , durante l'anno, grossi motivi per lamentarsi di me , credendomi ormai redendo venne in classe e ricorrendo l'ora di latino volle che io fossi interrogato . L'insegnante ormai mia carissima complice , sapendo che il preside era laureato in matematica, mi fece tradurre una frase alla lavagna. Finita la traduzione mi meravigliai grandemente del fatto che la professoressa si limitasse a fare due piccolissime correzioni al chè il preside stesso prese a congratularsi con me. Ero ancora incredulo seduto al banco allorchè il preside andò via super soddisftatto e convinto di essere stato miracolato. Non appena la porta si richiuse alle sue spalle, con la traduzione ancora imperante e scolpita in gesso sulla lavagna vennero elencate tutte le magagne: Una strage. Fra le tante professoresse avevamo anche tre professori: uno per l'educazione fisica, uno per la lingua francese e l'ultimo per il disegno e storia dell'arte. Quest'ultimo durante le lezioni, mentre a piene mani, novello Indiana Jones, riesumava capitelli ed auliche colonne, non potendo dare di piccone , vibrava ritmicamente dei pugni sulla cattedra. Questo tam-tam non ci permetteva di appisolarci e poiche' avevamo notato che i pugni colpivano con maggiore frequenza i fogli di carta che erano posati sul piano della cattedra, decidemmo di occultarci al di sotto delle stupende puntine da disegno a tre punte, si quelle la cui lunghezza delle punte non è eccessiva ma non di meno pungente. Il professore entro' in classe, sbrigate le formalita' di rito diede inizio contemporaneamente sia alla lezione sull'arte etrusca che al tam tam. Il primo pugno ando' a vuoto cosi' pure il secondo, c'era un altro foglio di carta da lui posato che ci faceva concorrenza, ma ad un tratto mentre infuriava la lezione ed il tam-tam :"....anticamente gli etruschi erano...(pugno fatale)...figli di puttana ." Ancora oggi non si e' saputo se quell'attributo era dedicato agli Etruschi oppure a quelle facce Etrusche che gli stavano davanti. - Misteri dell'arte Etrusca.- Anche quell'anno ebbe termine ed io fui rimandato ad ottobre con ben tre materie: Latino, francese e matematica. Altra estate di passione. Il tre settembre esami di riparazione. Latino cosi' e cosi'. Francese " parlami dei pronomi dimostrativi ". Teso, ed emozionato non riuscivo a ricordarmeli nemmeno in italiano. Quando, vista la mia confusione, il professore gentilmente me ne suggeri' uno diedi il via alla mia scienza. Subito dopo interrogato a matematica. Era stata si' tanta la fifa di restare fregato con i pronomi dimostrativi che ad onta di tutti i cateti, ipotenuse, lati, angoli ecc. il teorema fu spiegato facendo un uso sovradimensionato di pronomi dimostrativi :" Questo sta' a quello come codesto sta' a questo e via discorrendo...". Fui incredibilmente, per me, promosso. Finalmente, mi sembrava di essere cresiuto di almeno due metri. Dopo tre anni di prima ero approdato ad una seconda. Manco Ulisse, in proporzione, ci aveva messo cosi' tanto tempo per approdare alla sua Itaca. In seconda liceo, trovai tutti insegnanti nuovi, ma non per questo meno simpatici. La professo-ressa di lettere, fin da principio dimostro' di conoscermi a fondo ed avendo capito il mio carattere sapeva anche come prendermi. Non adavamo d'accordo solo sul latino, ma era tanto simpatica, tant'e' vero che il giorno in cui chiese una sintassi latina io mi precipitai per servirla porgendogli la mia ( almeno per un po' mi liberavo di quel maledetto libro ). Non l'avessi mai fatto. Posai il libro sulla cattedra e dietro di me sentii un trambusto del diavolo come se un banco si fosse all'improvviso rovesciato.... Era semplicemente successo che, mentre io mi recavo con passo fiero per porgere il libro, anche un altro animo gentile si era commosso alla richiesta ed all'uopo aveva sporto il delicato piedino appena fuori del banco, ma il tornado "Antonio" che soffiava dalle retrovie con piede taglia 42, tendende al 43, glielo aveva falciato togliendo cosi' all'anima gentile, nel momento delicato della uscita dal banco, l'unico appoggio valido. Risultato, nel girarmi trovai la gentile donzella curiosamente a testa ingiu' incastrata in malo modo fra i legni del banco che offriva un panorama degno di qualche giornale per soli uomini. Lo choc vero e proprio pero' quell'anno lo provammo un po' tutti nel fare conoscenza con la nuova insegnante di matematica. E' pur vero che la nostra vallata e' considerata zona sismica di primo grado ma la cara insegnante il terremoto lo aveva nel sangue. Non ho mai avuto la sensazione che avesse deciso di sedersi e non e' che lei non lo facesse solo che quando i suoi gentili glutei sfioravano il duro legno della sedia avveniva uno strano fenomeno fisico di attrazione e repulsione che costringevano l'intera persona ad un continuo sobbalzare talche' noi tutti venivamo coinvolti, nel guardarla, in un terremoto sussultorio collettivo o quanto meno ci sembrava di essere tutti su di un treno che percorreva una linea secondaria non ancora riparata dai danni della seconda guerra mondiale.Si salvava in corner perche' almeno sapeva spiegare. Quell'anno bene o male passò senza eventi di rilievo a giugno rimandato come al solito in matematica, latino, e francese. Promozione ad ottobre e incredibile a dirsi la sensazione di aver finalmente sfatato il destino che mi voleva eterno in prima. Ero approdato al terzo liceo scientifico. I professori quasi tutti gli stessi eccezion fatta per le materie letterarie. Ma la linea di galleggiamento fra me e la prof.sa di matematica aveva subito grosse avarie. La prof. di materie letterarie, onestamente non era un aquila e la filosofia non godeva delle mia spassionata simpatia, pur essendomi molto simpatica l'insegnante. Andava tutto quasi nella normalità, ma s'era deciso da parte della matematica che io ero di troppo. Fu così che in un decisivo compito in classe il mio banco fu posizionato , per volere della prof. al contrario rispetto agli altri ed messo a buona distanza da tutti. Malgrado tutto questo, il mio fu un compito senza un ombra d'errore. La cosa non convinse il " terremoto ambulante" che dopo avermi accusato di aver copiato mi volle alla lavagna per dimostrare il contrario. Non c'è di peggio per quel che mi riguarda, che sostenere un esame con la mente annebbiata dall'accusa. La mia mente non aveva altro scopo di ragionamento se non quello di prenderla a calci e di conseguenza rovinarmi la carriera scolastica. Chiaramente non feci scintille alla lavagna. Solo il mio compagno di banco mi disse che allorquando lei mi aveva accusato di aver copiato, lui s'era sentito sollevare con tutto il banco. E si glielo avrei volentieri dato sulla testa. E in quel momento l'avevano vista tutti impallidire. Tutti sapevano che stava perpretando una ingiustizia. Ma la sua paurosa antipatia nei miei riguardi scaturiva da un episodio che qui di presso vi racconto. Avevo già accennato nelle pagini precedenti che sera si, sera no andavo nella casa di campagna, sia nel periodo della vendemmia sia in seguito per portare a casa le derrate che rimanevano ivi custodite. Il ritorno a casa, circa tre chilometri, di solito avveniva nelle ore in cui il sole era già da tempo tramontato e a quell'epoca su una strada rigorosamente non asfaltata che passava davanti ad una serie di case e dette , " Villaggio Mussolini". Piccole case basse ad un piano sul cui retro troneggiavano stalle che ospitavano greggi , altri animali e i rispettivi granai e fienili alla cui guardia sottindendevano dei graziosi cani pastori di razza abruzzese dotati di corpora- tura abbastanza massiccia ma anche di un carattere abbastanza bellicoso per cui come mi vedevano apparire in bicicletta alla incerta luce dei pochi lampioni sistemati lungo la strada ad una distanza presumibile fra loro di circa cinquanta metri, se non di più , mi incitavano, manco fossi un famoso corridore , con un abbaiare furioso, poi vedendo che io non me ne davo per inteso per spronarmi ad accellerare l'andatura si buttavano all'inseguimento con intenti sanguinari. Allora io ero costretto, malgrado fossi carico di buste e borse contenenti derrate agricole appese al manubrio, ad esibirmi in favolosi allunghi alla " mo ti taglio il traguardo per primo". Per evitare appunto il ripetersi di queste prodezze alla Fausto Coppi che mi lasciavano decisamente distrutto, decisi di acquistare una piccola scacciacani a capsule, solo tanto rumore. La cosa funzionava davvero in special modo per un delinquente di cane che non mi abbonava nemmeno una serata. Una volta , era evidente che stava in agguato, usci' talmente all'improvviso, che preso alla sprovvista nel fare lo scatto mi sfuggi' il pedale e finii' paro-paro con i sacri attributi sulla canna centrale della bicicletta con conseguenti visioni mistiche . La sera dell'acquisto, invece padrone della scacciacani, il percorso lo feci a piedi spingendo la bicicletta. Le " 20.30 di fuoco ". Avanzavo con menefreghismo lungo la strada da sempre fiancheggiata da siepi ricche di spine e da cespugli di ortiche che le fioche lampadine su pali scheletriti illuminavamo biecamente, quando il solito cane imbecille, abbaiando furiosamente si piazzo' in mezzo alla strada. Continuai ad avanzare. Egli stupito per un attimo sospese il suo latrare poi riprese con rinnovato furore digrignando i denti, nel frattempo alcuni suoi loschi compari venivano in suo aiuto. Io imperterrito continuavo ad avanzare. A dieci metri, alzai la scacciacani e sparai una serie di colpi. Un rumore diabolico. Un "cai cai" disperato del cane imbecille che per fuggire si era infilato in mezzo ad una siepe che in quando a spine la sapeva lunga. Le sere successive, ci incontravamo, lui abbaiava, io alzavo il braccio , e lui fuggiva. Fu cosi' che una mattina la pistola a capsule (la scacciacani, meglio definirla giocattolo) rimase nella tasca del giubbino . La feci quindi vedere agli amici. La vide " Terremoto " e la sequestro'. La pistola nelle sue forme riproduceva, abbastanza fedelmente una pistola vera ma solo un profano in fatto di armi l'avrebbe potuta scambiare per tale dal momento che la canna non era tonda bensì quadrata. L'indomani miss" Sismicita' " arrivo' in classe un po' pallida. I suoi fans preoccupati chiesero lumi. Era successo che quella stessa mattina nell'aprire il suo cassetto personale in sala professori era sbucata fuori la mia scacciacani ed il vicepreside dopo essersi assicurata che miss " Quarto grado scala mercalli ", non avesse idee suicide, nel prenderla, armeggiando, non sapendo che era carica ne fece partire un colpo. Il botto inaspettato ed enorme rimbombo' nella sala. Entrambi pallidi si sguinzagliarono alla ricerca del dove fosse finito il proiettile convinti di avere fra le mani una pistola vera. Senonche' il Preside in persona, attirato dal baccano, sopraggiunto, vista la situazione , per tranquillizzarli, lui veterano di ben altre battaglie, li aveva invitati ad aspettare il prossimo carnevale per giocare a guardie e ladri. Grandi risate in classe. Conclusione la pistola mi fu' restituita alla fine dell'anno scolastico. Per la precisione fu Vincenzo il bidello che la riconsegno', con stile da padrino di duello, direttamente nelle mani di mio padre. Quel colpo di pistola, fu forse la goccia che fece traboccare il vaso per la prof di Matematica. Comunque, il trio, "le tre Grazie" alla fine dell'anno non mi graziarono decidendo, con l'aiuto di una quarta filosofica grazia, di eliminarni senza darmi la chance per un esame riparatorio a Settembre. Non ci crederete, ma a distanza di anni ancora oggi non ho finito di ringraziarle per quella bocciatura. Sono state veramente Tre Grazie più una a farmi la grazia. CAP XII° IL COLLEGIO PARIFICATO " COLAUTTI " A malincuore mio padre, accolse il consiglio di un suo amico che gli suggerì di spedirmi presso un istituto parificato dove avrei potuto recuperare l'anno perso e quindi poi prendere la maturità. In esame ce n'era uno in quel di Vercelli, decisamente molto lontano ed un altro a Salerno, dove vuoi il caso c'era già ospite un mio amico di scuola e di scorribande Giuseppe. Ci si informò e la scelta , com'era ben prevedibile cadde sul " Colautti" tale era il nome del collegio/liceo scientifico parificato che mi avrebbe accolto in quel di Salerno. Fu così che un bel mattino padre e figlio partirono da Sulmona. Figlio corredato da super vistosa valigia verde carica di libri ed indumenti con in più un'altra più piccola , ma parimenti grande, con il resto delle vestimenta ecc. Si arrivò alla stazione di Salerno, nel primo pomeriggio. Una simpatica discussione con un vetturino, per limare il prezzo ed eccoci giungere all'ingresso del " Colautti". Accolto con simpatia dal direttore e da suo figlio Marcello. La valigia verde, non potendo, visto il super peso essere trasportata dal cameriere: " Signurì purtatevilla vui" raggiunse la cameretta al secondo piano portata dal sottoscritto. Mi venne concesso, bontà loro, di poter passare la serata con mio padre con cui andai a cena e dopo averlo accompagnato all'albergo, lo salutai, l'avrei rivisto il giorno dopo e poi in occasione delle prime vacanze scolastiche, almeno quelle erano le regole. Nella cameretta, mia prima destinazione , allorchè rientrai c'erano già due ragazzi che purtroppo svegliai. Ma in quella stanza rimasi appena per una notte dal momento che fui reclamato a gran voce dal mio amico Peppino e da suo cugino Calogero, per gli amici Loger per dividere con loro la cameretta, che pur essendo per due risultò comoda per tre. E qui iniziò a dicannove anni la mia vita da collegiale. Mattina in studio, pomeriggio a lezione. Pomeriggio, esatto, dal momento che noi eravamo privatisti, occupavamo le aule che al mattino tenevano impegnati i ragazzi sia interni che esterni che frequentavano regolarmente sia le scuole medie che il liceo scientifico. Praticamente, al mattino le sale per lo studio erano occupate da noi, nel pomeriggio da loro. Da premettere che i maturandi, cioè quelli che frequentavano regolarmente il quinto liceo, avevano a loro disposizione le stanze dell'ultimo piano dove unitamente al posto letto avevano anche la loro piccola postazione per lo studio. Ma in quel momento stavo frequentando insieme il terzo ed il quarto liceo scientifico, si due anni insieme in un anno, al termine del quale avrei sostenuto l'esame per essere ammesso al quinto anno. Ospite dei due cugini, per intercessione dell'amico Giuseppe, non mi poteva andare meglio di così ma è ilcaso di fare una piccola digressione per parlare di loro iniziando con Calogero che d'ora in poi chiameremo Loger. Loger, un ragazo magro, simpaticissimo e avvezzo siccome noi due alle avventatezze tipiche dell'età. Super rispettato dal direttore in quanto appartenente alla nobiltà pugliese essendo suo padre un Conte. Non aveva ristrettezze economiche e sistematicamente, sia che tornasse a casa per le vacanze , sia per permessi e/o arrivi extra, ogni volta che rientrava, le sue valigie contenevano il meglio dei sapori pugliesi. Dalla pasta fatta in casa, che noi poi cucinavano con il proibito fornellino elettrico approfittando del vano doccia e facendo la guardia per evitare l'arrivo di intrusi ( e quanto erano buone!!!), ai salami, alle burrine, ai caciocavalli, a tal proposito, altra piccola digressione, su consiglio di Peppino, nella valigia verde anche io avevo stipato alcune scatolette di tonno, un paio di galbanini,delle barrette di cioccolato e scatolette di carne, praticamente una piccola succursale, qualora il vitto mi fosse parso scarso. Misi con cura il tutto nell'armadietto assegnatomi ben chiuso con un robusto lucchetto e con sommo dispiacere al ritorno dall'ora studio scoprii che il lucchetto era stato bypassato e l'armadietto svaligiato con cura di tutto il vettovagliamento. Il tempo di riferirlo a Peppino che con noncu- ranza mi esibì, traendolo dal suo armadietto, un super discreto mazzo di chiavi e partimmo al recupero della refurtiva. Chiaramente l'operazione ebbe il massimo successo perchè oltre al trafugato, per una semplice questione di onore, pretendemmo gli interessi, sempre in tema mangereccio. Peppino, non ha bisogno di descrizioni. Eravamo amici da tempo, poi siamo stati per un anno compagni di scuola al liceo scientifico di Sulmona, dove come già detto facevamo parte dei primi trentadue alunni che hanno inaugurato l'arrivo di questo liceo in Sulmona. La condotta, il nostro male del secolo, oggi le querelle che noi sollevavamo, farebbero ridere e avrebbero sicuramente gli applausi, oltre che dei compagni ,anche dei professori, ma eravamo nei primi anni sessanta e la scuola era tutt'altra cosa. Comunque un ragazzo spavaldo,e avventuroso. Con la sua compagnia spesso facevamo , allorchè a Sulmona, delle simpatiche, pedibus calcantis, gite in montagna partendo verso la mezzanotte , per poi raggiungere la meta designata verso le sette/otto del mattino, oppure dei simpatici pomeriggi danzanti a casa sua. I famosi balli dell'epoca , appuntamento verso le quindici, le ragazze arrivavano verso le sedici, si ballava fin verso le 19 e poi tutti a casa. I primi flirt. Poi.... Eccoci entrambi in una stanzetta di un collegio a 180 km da casa a ricordare le domeniche del ballo, a ricevere lettere simpatiche e spiritose. Una addirittura mi arrivò chilometrica , scritta su carta igienica con la postilla che era stata scritta su quel tipo di carta affinchè potesse essere ulteriormente utile ... Non si sa mai. Nei primi del mese di febbraio, dal momento che ci pareva trascorso troppo tempo dalle vacanze natalizie, Loger, patentato, prendemmo in affitto una simpatica seicento e con quella, il sabato sera arrivammo a Sulmona, accolti con gioia dalla nostra comitiva. Episodio questo che lasciò mio padre stupito dal momento, che mentre noi stavamo tornando all'insaputa di tutti, mia madre, appostata dietro i vetri continuava a dire a mio padre, incredulo: " Sta per arrivare Antonio". ( Fra me e mamma c'è sempre stata una comunicazione inspiegabile, avrò modo in seguito di raccontare altri episodi.) Al ritorno, nel pomeriggio della domenica, la radio della macchina trasmetteva Paul Anka che cantava : " Ogni volta, ogni volta che torno non vorrei, non vorrei più partir..." Quell'anno scolastico1963/64 il mio primo anno di collegio, la Pasqua capitava il 29 Marzo 1964. Il 21 marzo 1964 ricorreva la data di matrimonio dei miei genitori, non si poteva mancare. Da tenere presente che le vacanze pasquali sarebbero scattate il giorno 23. Non ricordo per quale festa fossero interessati Peppino e Loger, ma certo noi il sabato avevamo la possibilità di uscire dal collegio nel pomeriggio, poter pernottare fuori e rientrare la domenica sera prima delle dieci. Quindi se si fosse partiti il sabato saremmo andati a casa, poi con un simpatico certificato medico avremmo preso il lunedi, Martedi e Mercoledì, quindi scattavano le vacanze pasquali e si ritornava in collegio il martedi o il mercoledi al massimo il giovedì ( altrimenti che malattia era) dopo il lunedì dell'angelo. Se il direttore ci avesse visti uscire con le valige, il permesso di pernottamento fuori collegio ce lo saremmo scordati. Saremmo dovuti uscire senza un bel nulla , così come di solito. Ma avevamo le nostre sante valigie con i vestiti e quant'altro, roba invernale che avremmo riportato a casa per poi rientrare con abiti più adatti al clima incombente. Ci fu una riunione plenaria e si decise che le valige andavano portate qualche giorno prima al deposito della stazione. Certo, ma come farle uscire ? Approfittando delle due ore che passavano dal momento del nostro rientro in cameretta dopo la cena fino alla prima ispezione che avveniva ogni sera e anche durante la notte da parte del direttore o di chi per lui. Bene , il giovedì prima della partenza ci si preparò. Bisognava far uscire le valigie dalla finestra del secondo piano fin giù nel cortile. Scavalcare il muro di cinta , circa due metri, e poi di corsa verso la stazione , due chilometri, indi una volta consegnate al deposito bagagli, ritorno veloce di corsa . Alle nove di sera del giovedì, subito dopo che era scattato il silenzio, partì l'operazione valigia. Io e Peppino ci calammo dalla finestra del secondo piano , usufruendo, come pertica, di un discendende d'acqua piovana fin giù nel cortile sul retro del collegio. Loger ci buttò giù le valigie che per poco, dovendole prendere a volo, non ci staccarono le braccia. Scese anche Loger, il tutto nel massimo silenzio e con la fortuna che il cane spia di Vito, il cameriere, era assente insieme al padrone. Si scavalcò il muro, Loger ci ripassò le sante valigie, scavalcò anche lui e via di corsa fino alla stazione. Vi arrivammo trafelati ed ansanti. Il tempo di affidarle al deposito e poi di corsa verso il collegio. Dimenticavo di dire che se il percorso verso la stazione era stato in discesa , il ritorno era tutto in salita. Riscavalcammo il muro, risalimmo lungo il discendende della grondaia che mentre io, buon ultimo, lo affrontavo, accennò a staccarsi con tutta la staffa dal muro. Le mani tese di Loger e Peppino evitarono la tragedia. Entrammo come tre ladri nella nostra cameretta e sentimmo in arrivo i tre dell'ispezione. Ancora ansimanti i letti ci accolsero vestiti e calzati di tutto punto. Si aprì la porta, si affacciò il viso di Marcello, il figlio del direttore , che osservò tre pacifiche facce toste dormienti. Il sabato , con tranquillità uscimmo, e per onestà dicemmo al sig. Marcello, che poichè avevamo intenzione di raggiungere le nostre famiglie, era probabile che la sera del giorno dopo, cioè Domenica, Saremmo potuti rientrare in collegio un pò oltre la mezza dal momento che accadeva spesso che il treno Napoli-Salerno partiva con ritardo. Ci ripresentammo invece il giovedì 2 aprile e malgrado firmatissime descrizioni mediche sulle nostre ferie pasquali passate con febbre ecc. beccammo come punizione un sabato ed una domenica senza buona uscita. L'anno trascorse. Superai fra giugno e ottobre gli esami che mi permettevano di recuperare un anno, naturalmente, "ca van sen dire", il latino non se la sognò nemmeno per un istante di abbandonarmi durante l'estate. Premesso che i maturandi avevano il loro alloggio al terzo piano del collegio, era tradizione che i ragazzi del quarto anno , verso la fine dell'anno scolastico dessero l'assalto ai maturandi del terzo piano , un modo simbolico per augurare loro d' essere promossi, unitamente noi che, se promossi, saremmo saliti al terzo piano finalmente in cameretta. L'assalto avveniva a cuscinate e secchi d'acqua con il risultato di allagare completamente il terzo piano, la gradinata quant'altro. A cui poi seguiva la lunga fase asciugarice. L'anno successivo, come da regolamento ero tenuto a frequentare il quinto liceo presso lo stesso istituto " Colautti". Peppino e Loger, avevano finito il loro corso l'anno prima. Quindi passai in cameretta con altri ragazzi: Massimo, Pasquale, Lello, Franco, Roberto,Enzo. Esatto, eravamo in sette in una ampia stanza. Ai piedi dei nostri letti avevamo un piccolo mobile che fungendo da mini scrivania conteneva nei cassetti i nostri libri e quant'altro per lo studio. Mentre lungo due pareti facevano bella figura di se ben sette piccoli armadietti. Certo la vita del maturando era ben diversa da quella dei ragazzi che frequentavano le classi precedenti. Si aveva libertà di movimento. Dopo il pranzo e prima di andare a studio si poteva uscire per andare al bar a prendere un buon caffè, alla bisogna suppletiva il bar "Gelbison" dove un simpatico Jukebox che doveva essere preparato a mano, praticamente dopo aver ingoiato Venti lire , potevi mettere la puntina sul disco e sentire : " Are you long some tonight" ( ti senti sola stasera) cantata da Elvis Presley che per me era un tutto dire. Avventure da maturando? Pochine, c'era una bella ragazza che tutte le mattine passava davanti al cancello che dava sul cortile dove noi facevamo pausa prima dell'inizio lezione e tutti agognavano a lei. Una domenica pomeriggio, non si sa come fu, nè si sa perchè, la incontrai che entravamo in una chiesa contemporaneamente. Le offrii l'acqua benedetta, mi sorrise e scambiammo alcune parole, poi facemmo strada insieme dal momento che lei, come detto, abitava nei pressi del collegio. Una cinquecento ci affiancò e qualcuno dall'interno, mi indirizzò alcune parole, non ci feci caso. Fatto si è che una volta, galantemente accompagnata a casa la ragazza, mi vidi, al ritorno, circondato da quattro ragazzi, appresi dopo che uno di loro era il suo ragazzo, esagitati e pronti a farmela pagare. Ma la cosa finì subito perchè a loro volta si ritrovarono circondati da amici del collegio. Mi spiegarono dopo che mi stavano seguendo da lontano avendo visto che ero seguito da quei bellimbusti. Il mattino dopo, mentre si faceva colazione , il censore , suonando il campanello chiese un attimo di silenzio e sfottendo si congratulò con il sottoscritto paragonandomi al novello Casanova, fra gli applausi degli amici. Con la ragazza non ci si è visti più. Una sera di domenica con Roberto e Enzo, ci spingemmo cammi- nando lungo il lungo mare abbastanza lontanuccio e ci fermammo per una coca-cola ad un bar "Il Mocambo" fummo serviti da una bella ragazza con la quale si prese a chiacchierare del più del meno ed a lei si aggiunsero due sue amiche. Al momento di pagare il conto, ne fummo esentati dal momento che una di loro era la proprietaria del bar. Ci si diede appuntamento alla prossima domenica. Ma si era fatto tardi, e il rientro in collegio avvenne ben oltre il tempo consentito. L'appuntamento all'angolo del palazzo delle poste, giù di fronte il lungo mare , saltò perchè tutti e tre puniti. Non le abbiamo più incontrate. Spesso il sabato, avendo l'opportunità di poter restare a dormire fuori e rientrare la domenica sera, ci si presentava nei pressi del casello autostradale che non era molto distante dal nostro collegio e dito pollice imperante si chiedeva un passaggio per Napoli. Dove poi si trascorreva la serata e la domenica. Io a Napoli, avevo scovata una pensioncina, tutto dire, nei pressi della stazione, che bontà sua , per sole 500 lire , mi dava la possibilità di poter dormire. Non era niente di eccezionale, sita al terzo piano di un palazzo fatiscente, una stanzetta angusta , ma il prezzo era conveniente e il punto centrale. Indi dopo la serata con immancabile pizza e birra, la domenica tutta dedicata alla visita di Napoli con l'obbligatoia puntata alla Duchesca famoso quartiere dove si trovavano sigarette di contrabbando ecc. Oppure, ancora più conosciuta la famosa " Forcella" . Fu qui che addentrantomi una mattina fui sorpreso nel vedere una graziosa ragazza che ostentava un piccolo banco per la vendita di sigarette, usufruendo di una cassetta di legno , di quelle usate per contenere frutta. Stavo ancora contrattando l'acquisto di una stecca di sigarette,ben stufo delle ' Papastratos' che ci riforni il buo Vito, cameriere tutto fare del collegio, che il fruttivendolo che aveva il suo banco all'inizio della strada emise un grido con parole particolari. Ci fu un rimestio generale lungo la strada. Due Donne, mi scansarono, una tenne aperta la camicetta della ragazza, l'altra in un batter d'occhio riuscì ad infilarvi e a comporvi all'interno tutte le stecche, non erano poche . Finita l'operazione la ragazza sembrava una grassona fuori misura, non capiv,o ma appena finita l'operazione ecco che vidi venire avanti lungo la strada un trio di guardie di finanza. Questi sfilarono tranquilli. Dopo un paio di minuti si udì un altro grido simile al primo , ma proveniente dall'altro capo della strada. Rimestio come il primo, il ritorno delle due donne, la ragazza riprese il suo piacevole aspetto, sul banco ricomparvero le stecche e io conclusi l'acquisto. Bella Napoli, con i suoi panni, nei vicoli stesi al sole. Bello anche l'assistere ad un litigio fra due donne dall'alto dei balconi: " J' nun t'ho diche ca sci 'na ...." E l'altra : " T'avesse dicere ca sci 'na ....ma nun t'ho dice...." E via non dicendo ma dicendo. Il ballo in occasione a casa di Lello in occasione del suo compleanno. In effetti Lello e Franco , due napoletani doc, stavano con noi in cameretta dal lunedi fino al sabato mattina, poi tornavano a casa , essendo di Napoli, per rientrare il lunedi mattina per la prima ora di lezioni. Il fatto di aver scoperto una pensioncina economica fece piacere al mio compagno di cameretta Enzo che si accodò una sera. Nel momento di fissare per due la stanza , s'era d'inverno, mi chiese se c'era la "coperta". Chiesi al gestore che mi rispose : " Oh, ciertamente signurì". Fu così che io anima ingenua scoprii , alle sette di mattina , grazie ad una bussatina delicata alla porta della cameretta dove dormivano, che cosa si intendeva per " Coperta". Ma non se ne fece niente, era decisamente brutta. Un domenica , ci si recò con altri collegiali, in gita autostoppistica in quel di Pompei dove una visita al santuario della Madonna era più che doveroso. In quell'occasione alcuni amici facero voto alla Madonna se fossero stati promossi : uno sarebbe andato da Napoli a Pompei a piedi, un altro avrebbe percorso la navata della chiesa in ginocchio, ecc.ecc. Fu così che preso da sacro fervore feci anche io il mio bravo voto: " Se promosso, sia pure fra luglio e ottobre, sarei venuto a Pompei per ricevere la santa Eucarestia, partendo da Sulmona in bicicletta". A giugno, di quell'anno esami di maturità. Ammesso con voti non malvagi eccezion fatta per l'amico latino, il francese e guarda caso con un cinque in filosofia. A dire il vero era una materia che non mi appassionava tanto. Ricordate la quarta grazia ? Inoltre l'insegnante non era un granchè pratica della materia quindi...." Gli scritti andarono per la loro strada. Scopersi all'interrogazione che avevo rimediado un bel nove in Italiano, ed un cinque in latino pur avendo, a detta della professoressa, fatta una versione dal latino all'italiano veramente impeccabile, con un piccolo particolare. I romani, bontà loro, le battaglie al novanta per cento le avevano sempre vinte... Quindi era logico che vincessero anche quella di cui nella versione... Invece l'avevano persa. A storia e filosofia accadde il miracolo. Piccola premessa, grazie ad un bignami di storia e ad uno di filosofia e a tre pillole di metedrin gentilmente suggeritemi da un compagno di scuola figlio di un farmacista, in un pomeriggio e in una notte seminsonne, riuscii ad immagazzinare tutto quello che si poteva dai due bignami. Seduto davanti al prof. di storia e filosofia che mi interrogava feci sfoggio di tutto il mio sapere. Alle esclamazioni di stupore dei professori, che dopo le prime risposte si erano accalcati tutti intorno a me, accorse anche il direttore che stupito oltre ogni dire se ne faceva vanto sottolineando la preparazione che dava il Colautti. A fine interrogazione il professore mi chiese come mai ero stato ammesso con il cinque. "Piccole incomprensioni con il docente"- " Vero ma questo mi impedisce di darle un bel nove e mi gratificò con un otto" Il compito di matematica fu svolto, veramente difficile quell'anno, in modo egregio, ma non ebbi il tempo di trascriverlo in bella copia. Per cui, la professoressa esaminatrice si mordicchiava le mani per non potermi dare un voto decente dal momento che la brutta copia era stata scritta a matita. L'orale andò per il meglio ma lo scritto purtroppo mi condannava. A fisica, si è vero nel 1965 si portavano alla maturità tutte le materie con riferimenti legati ai due anni precedenti ,compreso religione , disegno artistico e geometrico ed educazione fisica ed ancora oggi di tanto in tanto quell'esame si presenta nei sogni, sorvolando a piè pari tutte formule e formulette grazie ad un appiglio spiegai con dovizia di particolari tutto il funzionamento di un apparecchio radio, passando dal come è fatto un trasformatore fino alle funzioni dei diodi, triodi ecc. Il transistor non era ancora stato inventato, ed io ero forte in quel campo, dal momento che a casa ,arrotondavo qualche lira appunto riparando degli apparecchi radio. (I famosi AllocchioBacchini) Basta, ad ottobre finalmente, seguito passo-passo tutta l'estate dal mio fedele latino, ebbi il mio bel diploma di liceo Scientifico. CAP. XIII° LA PARENTESI UNIVERSITARIA Grazie ad uno storico ricatto: o la macchina (una favolosa fiat 600 bianca primo tipo super usata di terza mano e con sportelli a vento) o ingegneria. Mio padre fatte le opportune valutazioni optò per la Seicento Fiat ed io mi iscrissi, come da volontà paterna, alla facoltà di legge all'Ateneo Sapienza di Roma con una clausola che almeno per un mese all'anno mi fosse data la possibilità di frequentare le lezioni, dal momento che non era obbligatorio farlo. Per chi non lo sa ed io non lo sapevo , va detto che, non perchè non ci sia l'obbligo di frequenza le lezioni vanno saltate e che basti presentarsi agli esami e tutto va ok. NO! Non è esattamente così. Innanzi tutto frequentare vuol dire farsi conoscere dagli assistenti e dal docente che in sede di esame lo tiene molto in considerazione e poi non si può partire alle tre di notte per arrivare a Roma verso le sette, presentarsi decisamente rincoglionito davanti all'esaminatore, pur avendo sorbito tre, quattro caffè, e quando lui ti chiede all'esame di Filosofia del diritto : " Parlami della coazione ?" Tu che vivi in un altro mondo capisci : " parlami della stazione" e ti chiedi disperatamente che cosa c'entra la stazione con la filosofia. Lui capisce che non hai capito e ripete la domanda, sempre la stessa e tu di volta in volta capisci: " Equazione- Porzione - sistemazione- colazione, fino a mutilazione" e vedi d'un tratto il volto dell'esaminando che si rischiara in una risata. Allora spieghi la tua partenza e il tuo rincoglionimento. Lui ti scrive la domanda. Rispondi per benino e purtroppo all'offerta di un "Diciotto" lo accetti pur di togliere di mezzo un esame. Il mese di frequentazione , si risolse ad un mero quindici giorni. Così come ero stato convogliato dall' amico Peppino al Colautti nello stesso modo andai a dividere con lui la stanza della pensione in via Giolitti. La signora che la gestiva , era purtroppo super sorda e quando si suonava il campanello, non si udiva il solito drin-drin, per lei si accendevano un paio di lampadine messe nei posti strategici della casa. Con Peppino vicino, che fa si studia ?.... Certo quel poco strettamente inutile, ma la sera del sabato si esce , lui armato di mini calamite e spago con destinazione "Fontana di Trevi" per la pesca a quattrini. Non ci si potè lamentare , recuperammo in due circa diecimila lire , poi fummo costretti ad abbandonare la pesca in quanto scacciati da un gruppo ben più agguerrito che pareva ne avesse il controllo.Difatti avevano spie all'imbocco di ogni vicolo che portava alla fontana che avrebbero avvisato dell'arrivo dipolizia,vigili o quant'altro. Troppo pochi noi due contro venti. La nottata finì con la visita a Porta Portese e il ritorno in pensione a mezzogiorno inoltrato. Naturalmente il mio augusto genitore venne a trovarmi in quel di via Giolitti. Restò a dormire in pensione e la sera della domenica, rientrando in pensione ci si imbattè in un gruppo di ragazzi che seduti al tavolo di un bar si stavano sfidando a braccio di ferro. Non fu possibile dissuadere mio padre dal non partecipare, Lui ormai 77enne, memore dei suoi fasti, allorchè Tenentino nella seconda guerra mondiale , sfidava i pescatori di Chioggia vincendo chili di pesce. Uno dei più prestanti, accettò la sfida , con un sorrisetto sardonico. Seduti l'uno di fronte all'altro, una mano dietro la schiena. Il tempo del via, e quel povero cristo ebbe a farsi male alle nocche della mano per la velocità con cui esse picchiarono sul tavolo, fra la meraviglia dei presenti e mia. Ma ritornando agli esami. Stessa cosa accadde con aggravio di particolare per l'esame di diritto romano. Arrivo spericolato alle 8,30 con partenza da casa alle tre di notte, senza aver chiuso un occhio per paura di non svegliarmi in tempo. Cinque caffè di cui uno corretto al fernet, come mi venne in mente non lo so, talchè avevo un alito mozza fiato che colpì in modo indelebile l'assistente donna , che alla prima domanda che mi fece e dopo la seconda volta, mossa a compassione, mi consigliò vivamente di ripresentarmi al secondo appello. A seguire giorni dopo c'era l'esame di diritto privato il cui docente , un signore non eccessivamente alto per non dire modello lilliput, la cui nomea per domande astratte, ma pertinenti , non solo era ben nota ma gli creava non poche problematiche con gli studenti che di volta in volta si erano accaniti con la sua rutilante vettura che spesso si presentava al suo proprietario senza o con le ruote sgonfie e forate di fresco che tutto sommato era un gesto gentile in confronto a quello che avrebbe meritato per domande del genere: " Che cos'è un aquila ? - oppure -" Cos'è un carro armato? E facezie simili, alle quali l'incauto esaminando era portato pensare: " Un Uccello che ca..o c'entra", per non parlare del carro armato e quindi rispondeva: " Un Uccello?"- " Un carro armato?" E veniva rispedito a casa con un "si presenti la prossima volta" non solo ma anche scrivendo sul libretto " Bocciato". Chiaramente secondo il docente si sarebbe dovuto rispondere : " Aquila = res nullius"-- mentre per "Carro Armato= bene demaniale". Bene forte di queste nozioni mollai per sicurezza, nella consegna del libretto d'esami, la non modica somma di L.500 all'usciere affinchè non capitasse nelle mani del docente. Ma prima dell'inizio della sessione di esami ci fu un po' di gazzarra in aula. Intervenne il docente in persona che requisì tutti i libretti già posti sul suo tavolo e su quelli degli assistenti. Lo colpi molto lamia cravatta a fiori,8 pensòforse che facevo parte della "beat generation" mi chiese il nome e caricodei libretti sequestrati sulle varie postazioni andò via per ripresentarsi di li a poco con alcuni di essi fra le mani. Neanche a dirlo aveva il mio. Fui chiamato e mentre ancora ero con il sedere a mezzaria fra la spalliera e il sedile della sedia arrivò la prima domanda: " Mi parli dei diritti reali". Il tempo di posare le chiappe sulla sedia, che partì la seconda domanda , mentre il mio libretto roteava nelle sua mano, non ci ho visto più. Gli ho strappato il libretto dalle mani e mi sono alzato. In aula il silenzio era alto. " Che cosa fa?"- ad alta voce :" Me ne vado non ho tempo da perdere con uno come lei." Girai le spalle e me ne andai mentre in aula scoppiava un fragoroso applauso. Dopo quest' episodio fu d'uopo cambiare ateneo e mi iscrissi sempre alla facoltà di giurispudenza a Teramo. ( Per rispetto della privacy, non ho fatto ne farò nomi, ma chi ha frequentato la "Sapienza" in quegli anni conosce prefettamente il personaggio). Teramo, esame di diritto penale, tutti assemblati dietro l'esaminando per cercare di capire quali erano più o meno le domande che avevano la maggiore frequenza. E ad ogni domanda sembrava che noi si cadesse tutti dal cielo e ci si precipitava a ripassare l'argomento. Fra noi un ragazzo che, con non chalance, ci disse che era venuto solo per sapere più o meno come si svolgeva l'esame e quali domande non essendo assolutamente preparato per sostenerlo. Toccò a lui. La prima domanda: " Mi parli degli eventi." La faccia tosta può anche non avere un limite. La risposta: "Gli eventi sono quelli che precedono "gli etrenta, gli equaranta , gli ecinquanta."La faccià stupita del docente, e poi giù ad accennare una mezza risata. Seconda domanda : " Bene... mi parli del matrimonio"--- " Il matrimonio è un reato."- " Scusi come sarebbe?"- " Le spiego guardi a parte la cinconvenzione di incapace da parte della donna, poi avviene il rapimento, quindi il matrimo riparatore forzato, ecc.ecc. Di questo passo fra le nostre risate e quelle del docente alla fine: "Lei non sa niente, ma le va bene un diciotto."- " Alla grande.". Noi , invece eccetto qualcuno ma non io, ritornammo a casa con un palmo di naso e un esame da rifare. Incombeva il servizio militare. Per cercare di non farlo, vista la volontà paterna tesa ad evitarmi quell'evento, l'unica scappatoia era di prolungare la vita universitaria di qualche anno in attesa di una legge, che non giunse, per cui finalmente riuscii a passare , nel mese di aprile dall'università di Teramo a quella dell'Aquila cambiando totalmente facoltà. Finalmente ingegneria che oltre ad essere la facoltà che avrei voluto intraprendere da subito era anche quella che concedeva più rinvio per la naia. Mio padre dovette suo malgrado rassegnarsi a dividersi ancora una volta dal figlio che andava a stabilirsi in quel dell'Aquila per seguire le lezioni. Finalmente cominciava veramente una vita da universitario. Mi si sistemò presso una pensioncina decorosa dove ebbi a conoscere, diventandone amico, Rocco, un futuro ingegnere , fuori corso, appassionato focoso di bridge. Restai qualche mese in quella pensione, poi mi accodai a Rocco che aveva trovato una sistemazione migliore e mi trasferii presso un altra pensione. Le vie del destino sono strane, una mattina uscendo per andare in facoltà mi incontrai, sul pianerottolo , pensate un po' con la professoressa di matematica che mi aveva esaminato allorché facevo la maturità al Colautti e si ricordava alla grande della mia lezione sulla radio. Ma non finì li, il fatto di avere comunque una padrona di casa limitava un po' la nostra voglia di vivere l'esperienza universitaria. Allora andavano di moda le famose "Balle" alias associazioni universitarie chiamate appunto, ironicamente "Balle", a cui ci si iscriveva e si frequentavano e dove si organizzavano, balli, gite e quant'altro e che oltre ad essere messi in contatto con altri studenti/studentesse, ci si trovava anche la possibilità di essere aiutati nello studio di qualche esame. Li contavano i bolli sul libretto, cioè gli anni di frequentazione accademica. Per cui grazie ai trasferimenti e agli anni veri il mio libretto ne contava ben 6, cosa questa che mi metteva al riparo da feste matricolari e mi permetteva anche di difendere eventuali matricole. Un giorno in un bar, fui sfidato da un universitario . Avrebbe pagato la colazione per sei chi risultava avesse meno bolli. Non sapeva il poverino a cosa stava andando incontro. Consumammo di tutto e di più. Il conto di circa diecimila lire , lo pagò lui dal momento che aveva solo quattro bolli. Aveva sfidato un principe di balla quale ero diventato io, grazie appunto ai bolli. Così evitai feste di matricola alla mia fidanzata e ad altri amici e amiche. Spirito indomito e vagabondo, trovammo io e Rocco insieme a Gino, nuovo amico, e ad un amico di stanza del Colautti, con il quale mi ero ritrovato, Enzo, finalmente un appartamentino tutto per noi e li ci trasferimmo. Ma l'esodo non finì neanche con questo ultimo trasloco perché alla fine , il costo non simpatico del tutto ci fece ancora trovare un'altra sede, fortunatamente super vicina alla facoltà, dove ce ne andammo io e Gino ormai diventati amici per la pelle. L'appartamento sito a pian terreno constava di due stanze e un mini bagno, precedute da un lungo corridoio senza tetto sul quale si affacciava una finestrella che risultò essere la valvola di sfogo di un altro bagno. Ogni spiegazione inutile. La finestra, causa forza maggiore fu tappata senza pietà. I mobili di cui l'appartamento era sprovvisto furono acquistati da un rigattiere che li esponeva nei giorni di mercato sulla piazza principale. Arrivò così un buon armadio, e una scrivania doppio uso, nel senso che aveva cassetti su entrambi i lati e dulcis in fundo anche un flipper , vecchissimo modello strausato , sul quale la mattina io e Gino ci giocavamo la colazione che rigorosamente veniva fatta da Antonio, che aveva l'inusitata specialità nel creare dei super maritozzi giganti ripieni di crema , panna e cioccolato ( ne pesammo uno : 350 grammi) che erano di una bontà al cubo. Gino, era fidanzato con una ragazza che frequentava ostetricia. Spesso Lei ed una sua amica, venivano a pranzo da noi, meglio eravamo noi che usufruivamo della loro abilità culinaria tutta abruzzese. Mi concessero quell'anno di poter fare, malgrado non avessi frequentato , gli esami che sarei riuscito a preparare. Così mi presentai per Analisi uno, e pa Disegno. Disegno beccai un simpatico 24. Analisi uno, dopo essere stato tutta la mattina e tutto il pomeriggio in aula per essere chiamato all'esame fui l'ultimo. Il professore, super stimato e anche un po' odiato per la sua severità, evidentemente stanco mi chiese se volevo o meno sostenere l'esame. Dissi di si e feci bene, poiché complice la stanchezza alla fine rimediai anche un bel diciotto. Cominciai a preparare l'esame di Geometria uno. La naia incombeva. Mi si disse che essendo figlio unico di genitori anziani , se avessi potuto dimostrare che con il mio lavoro provvedevo anche al loro sostentamento, la naia l'avrei scampata. Cominciò così il mio lavoro come rappresentante di libri della prestigiosa casa editrice Utet. Si guadagnava bene e mi ripromettevo anche in contemporanea di portare avanti l'università ma non mi fu' possibile. CAP XIV° IL VOTO Tornare, un attimo appena qualche capitolo, indietro è d'uopo per ricordare al lettore che in occasione di una gita a Pompei il sottoscritto, preso da fervore religioso nonchè dal necessario ed imprescindibile bisogno di un aiuto extraterreno, si era raccomandato alla SS. Madonna di Pompei, per un aiuto per raggiungere l'agognata maturità scolastica, sia essa arrivata a giugno oppure ad ottobre, in cambio del quale ,come sacrificio, sarebbe partito in bicicletta da Sulmona per raggiungerLa e in quell'occasione prendere anche la santa Eucarestia, cioè confessarsi e comunicarsi. ( A rifletterci, dopo, non vedo perchè la SS. Madonna avrebbe dovuto darmi una mano dal momento che la pedalata extra non apportava beneficio a nessuno, nè tampoco era un opera pia volta ad alleviare sofferenze altrui... misteri della fede.) Bene, appena dopo un anno, quasi esatto,dalla promozione ottobrina che mi concesse la maturità, ormai iscritto al primo anno della facoltà di giurisprudenza all'Ateneo Sapienza di Roma, decisi che era ora di rispettare il voto. Ma pensate, io che prima di andare in collegio possedevo una stupenda bici che avevo sistemata nei migliore dei modi, con cambio a cinque rapporti, addirittura con le frecce posteriori, per cui la dinamo della bici risultava sempre in funzione. Un bel portapacchi posteriore ed uno più piccolo applicabile al manubrio, una sella super comoda ultimo grido ecc.In partenza partire per il collegio, dal momento che la stessa bici sarebbe rimasta inutilizzata, decisi, haimè, di venderla. Per cui per poter realizzare il voto fu gentile il mio amico Emidio che mi prestòòla sua. Una modesta bici, senza cambio, di colore verde, che ancora oggi mi appare nei sogni per la sua rigidità ma anche super robustezza. Bene, fu così che una mattina, alle quattro la inforcai e presi a pedalare,( senza veruno allenamento) alla volta di Pompei... 228 chilometri. S'era rimasti d'accordo che mi avrebbero raggiunto,partendo con comodo, la famiglia al completo della mia futura moglie a bordo della renault della loro Renault ivi compreso il mio augusto genitore. Il tragitto, eccezzion fatta per la prima salita che da Sulmona mi avrebbe portato a Roccaraso ed un altra salita,non meno fastidiosa che avrei incontrato subito dopo , non era poi del tutto difficile. Ma non c'era allenamento. La prima salita, Sulmona -Roccaraso fu un bel tormento. Alcuni pezzi furono superati "pedibus calcantis".L'arrivo a Roccaraso, alle 8,30 del mattino parla da se. Il barista del bar, presso cui mi fermai per rifocillarmi, sono sicuro che rimase scioccato nel vedere un ragazzo ingozzarsi con tre maritozzi e due cappuccini. Castel Di Sangro,quasi tutta discesa, poi l'ultima salita dopo il bivio con Alfedena. Le soste , nell'arco della pedalata, furono diverse e tutte in prossimità di qualche norcineria, dove alcuni panini riuscirono a darmi la carica giusta. Nel frattempo da Sulmona era partita la macchina della parentela. E tutti, eccetto mio padre che conosceva bene il suo pollo, pensavano che mi avrebbero trovato lungo il percorso sdraiato all'ombra di qualche albero decisamente distrutto ma non trovandomi dopo i primi cento chilometri incominciarono a chiedere strada facendo alle persone seper caso non avessero visto un ragazzo in pantaloncini su una bicicletta verde. Paventando che forse , preso da collasso avessi imboccato qualche fosso laterale, o addirittura già giacente in un lettino d'autombulanza se non di ospedale. Chiaramente, anche se qualcuno m'avesse visto, ed erano stati veramente in tanti, nessuno , santa omertà imperante, lo diceva, pensando tutti che quella troupe,stivata nella renault mi stesse inseguendo chissà per quale misfatto commesso. Per uno strano caso, pedalando-pedalando la mia muscolatura, non dava segni di cedimento ne crampi di alcun genere, eppure erano ben tre anni che non toccavo la bici. Arrivai come Dio volle a Napoli, speravo di poter fare l'ultimo tragitto, illuso,lungo l'autostrada. No, ma il tratto Napoli-Pompei fu decisamente il più doloroso. Il pavimento stradale era fatto a pavè, praticamente formato da un acciottolato di pietre squadrate che nel superarle davano l'impressione che qualcuno ,armato di mazza te la suonasse sul di dietro. Conscio che prima o poi sarei stato raggiunto dalla Renault, sul tratto finale, ogni tanto qualche vettura mi degnava di una strombazzata di clacson per invitarmi a mantenere il più possibile la destra. Per una decina di volte mi sono voltato speranzoso. Poi ad ogni strombazzata, seguiva una mia preghiera speciale verso l'autore insieme al segnale che gli davo di sorpassarmi senza rompere ulteriormente e non mi giravo neanchè più per vedere chi fosse nella speranza di intravedere i miei. Ormai davo per scontato che avevano preso l'autostrada e li avrei incontrati a Pompei . Fu così che all'ennesimo colpo di clacson, feci segno di soprassare. Ma il clacson imperversava e io mi stavo innervosendo perchè pur essendomi spostato tutto a destra quello non si decideva a sorpassare, per cui ad un certo punto mi sono girato pronto a mandarlo a quel paese... Era la renault celestina con la troupe che mi aveva raggiunto. Arrivato a Pompei, lo scendere dalla bici ,fu quasi un problema , tanto i muscoli delle gambe erano tirati. Bene, feci l'ingresso nella basilica alla ricerca di un confessore. Negli anni precedenti, ogni qualvolta decidevo di diventare santo per qualche giorno e quindi mi confessavo e comunicavo, eccezion fatta per alcune rarissime occasioni, beccavo sempre ilsolito sacerdote, addirittura un anno l'ebbi, anche come insegnante di religione...Un incubo... Anche per le domande che faceva di cui la più irritante era : " Dimmi ti tocchi ???". Animo innocente,io come al solito mi dicevo: " Finalmente un parroco fuori giurisdizione al quale scaricherò tutti i miei peccati senza nessuna reticenza." Mi inginocchiai all'inginocchiatoio in attesa del parroco che arrivò subito dopo ed è inutile manifestarvi tutta la mia incredulità nel ritrovarmi di fronte al solito imperterrito parroco di Sulmona che manco a farlo apposta stava facendo i suoi esercizi spirituali proprio a Pompei. Dopo la cena, ero arrivato a Pompei alle 17,30 del pomeriggio, la bicicletta sul porta bagagli della Renault e il ritorno a casa. Avevo onorato il mio voto e visto il totale fuori allenamento, sono convinto che un aiutino l'ho avuto dall'alto con la piccola punizione dei dieci chilometri di strada non asfaltata ma ricca di pietre squadrate. Ma ci voleva altrimenti che voto era : "Il voto". CAP XV° IL SERVIZIO MILITARE " LA NAIA" Non mi venne riconosciuto un bel niente e la cartolina rosa arrivò imperterrita. Nel frattempo unitamente mi giunse anche l'invito per il matrimonio del mio amico Gino. Il matrimonio, pensate si svolse esattamente il giorno prima del mio ingresso a Spoleto come cadetto ACS , avendo partecipato al concorso, dopo aver purtroppo non superato quello come AUC. Al matrimonio, con delicatezza, Gino , senza avermi avvertito , volle che fossi il suo testimone di nozze. Felicissimo di farlo. Due giorni dopo, ormai in piena naia in quel di Spoleto, fui chiamato per visita ricevuta e mi trovai di fronte , con immenso piacere Gino e la sua compagna che avevano deviato il loro viaggio di nozze per farmi la sorpresa. Passarono appena due mesi che una notte mentre dormivo fui svegliato da due forti colpi che qualcuno aveva dato al mio armadietto posto accanto alla branda. Ma con meraviglia, quei colpi avevano destato solo me. Al mattino il capitano mi disse che era arrivato un telegramma GMF ( gravi motivi familiari) per cui dovevo subito tornare a casa. Quasi contemporaneamente una telefonata da casa mi avvisava che il GMF era una scusa per farmi tornare. Ma i carabinieri non concedono facilmente un permesso se non gli si dice che un padre sta morendo. Avevo con me la mia "Alfa Romeo Giulia 1600 spider" parcheggiata in un garage di Spoleto. Il capitano presagendo che avrei fatto il viaggio di ritorno al massimo della velocità pretese che fossi accompagnato da una sentinella armata, con l'obbligo di sparare se mi avesse visto non prendere il treno. Ci accordammo. Gli giurai che non lo avrei tradito e che avrei detto che dopo esser salito sul vagone io ero sceso dall'altro lato eludendo la sua vigilanza. Raggiunsi il garage e Sulmona in meno di due ore. Mio padre giaceva in ospedale colto da un ictus dovuto al diabete. Il 28 novembre del 1972. Si ripresedopo qualche giorno e potemmo parlare per dirci le ultime cose finché un pomeriggio tutto precipitò ed il giorno dopo, 5 Dicembre 1972, persi il mio unico vero e solo amico della mia vita. Quella notte, in camerata , quei colpi sull'armadietto erano i suoi che cercava aiuto dal suo unico figlio. Ritornai a Spoleto , dopo alcune licenze extra, a fine gennaio giusto in tempo per poter sostenere gli esami ed essere promosso come sergente. Facevo parte , grazie al mio comportamento del primo decimo il che mi dava diritto di scegliere la sede di destinazione, ma contemporaneamente con decreto ministeriale, relativo alle condizioni di mia madre sola e quant'altro prima descritto, mi si dava come sede Sulmona. A richiesta del capitano: " Dal momento che comunque la tua sede è Sulmona, se rinunci al primo decimo, dai la possibilità ad un altro di poter raggiungere la sua". Accettai ben volentieri. Del periodo Spoletino, ricordo che i primi giorni in cui non potendo andare in libera uscita li passavamo a scuotere dagli alberi le foglie, onde poi poterle scopare pur di fare qualcosa. Poi fui ammesso nel club degli artisti e li con gli altri scrivemmo le pagine di pertinenza della nostra compagnia per il giornale che avrebbe parlato di noi ai posteri e della nostra permanenza. I buonissimi " Strangozzi ( fatti a mano) aglio, olio e pepe" mangiati in una mini trattoria clandestina in una casa privata. La guardia alla polveriera dove per completarne il percorso occorrevano , a piedi, due ore e la sentinella di quattro ore fino a mezzogiorno in compagnia di Ugo, un bel cane legato ad una catena con cui pian piano avevo fatto amicizia. La trasferta a Colfiorito per il campo in pieno inverno e con tanto di ghiaccio e neve fare la guardia nel turno di notte agli autocarri e dopo un ora si rientrava in camerata e si infilavano i piedi ancora corredati di anfibi direttamente nella stufa. Le simulazioni di assalti, io con la mitragliatrice "MG" che pesava lo sa solo lei quanto, fuori allenamento, arrivare in salita e dover superare un terrapieno e arrivarci " scoppiato". Il "passo del leopardo" in un prato frequentato da una mandria di mucche e quindi altamente minato e spesso causa di incontri super ravvicinati del terzo tipo con oggetti tonteggianti e molli dal profumo esotico. Le marce in piazza d'armi, e il giorno del giuramento, al quale non potei partecipare dal momento che ero in licenza per via dell'accaduto. Però, con l'arrivo delle nuove reclute riuscìi a giurare anche io , grazie ad un amico, Stefano, che mi sostituì visto ch'ero stato destinato per la seconda volta in quel della polveriera di Baiano. Poco prima di Pasqua destinazione Sulmona. Accolto con simpatia dai vari marescialli fra cui il mio futuro suocero e in quel periodo anche mio superiore in grado. E qui ricomincia l'avventura. Il tempo appena di disfare lo zaino che si riparte con la nuova compagnia, di cui tu sei il sergente con destinazione , pensa tu Spoleto. Rientro, e con molta gioia, ecco la Santa Pasqua, ma non per te che vieni messo di servizio alla mensa. Controllo delle quantità cucinate e del comportamento dei commensali, con il patema della visita del Colonnello che , ti dicono, ti interroga in merito e se non sei preparato o non sia mai accade qualcosa in mensa hai la "CPR"(camera di punizione di rigore) garantita. Arrivò il colonnello, ma il capitano che era comunque il super visore della mensa , mi disse qualche attimo prima: "Se viene fa quello che ti dico." L'interrogazione sulle quantità spettanti ad ogni soldato andò più che bene, m'ero preparato, ma il capitano m'aveva detto se va per le lunghe ad un certo punto rimanda indietro le teglie con il primo dicendo al colonnello che non vuoi che i soldati mangino il primo freddo. Così feci e alla domanda del perché la risposta di cui sopra pose fine all'interrogatorio: cum laude. Ma la faccenda ebbe un bel seguito. Spedito di guardia alla polveriera di Sulmona, non mi si diede il tempo di arrivare per bene a destinazione che venni riportato in caserma a bordo di una Jeep è spedito il giorno dopo, a seguito di maresciallo,insieme ad altri tre soldati, a preparare il magazzino viveri e quindi poi gestirlo per il precampo a cui sarebbe seguito il campo e il dopo campo, in quel di Prata D'Ansidonia, dove si sarebbero radunati ben oltre tremila soldati per il campo estivo . Ricordo con affetto e stima il soldato, esperto macellaio, (i suoi gestivano una macelleria) la cui bravura era tale che nel dissossamento di quarti di bue sulle ossa difficilmente potevi trovare un pezzettino di carne. La sua bravura contagiò il macellaio del paese che, in quel periodo, ogni qualvolta doveva lavorare un manzo affidava l'incombenza a Lui. In compenso poi offriva a noi quattro un lauto pranzo. Dal magazzino ogni mattina, saputo il numero dei soldati a pranzo e poscia a cena, partivano le quantità a loro dovute. Per il pane si andava nella vicina L'Aquila, a ritirarlo presso il forno. Avevo imparato a non prenderlo appena sfornato dal momento che risultando ancora umido, nel peso il numero dei panini ne risentiva. La frutta invece ce la consegnavano in un paese lì vicino, San Pio delle Camere .I ragazzi che mi aiutavano nel carico e scarico, due ragazzi di Napoli, diedero in quelle occasioni il meglio di se. Sotto il naso del fruttivendolo avveniva un via-vai di casse di frutta che inspiegabilmente superava abbondantemente il peso pesato. Il clou della loro performance fu quando gli fecero passare sotto il naso un intero casco di banane, che fra l'altro non era scritto nell'elenco di quello che bisognava prendere. Stessa cosa per un mezzo bue congelato, sottratto in quel del magazzino dell'Aquila sotto il naso di ben tre controllori. Una notte, fummo svegliati da un contadino che venne a chiederci aiuto dal momento che la sua mucca era in procinto di partorire. Andammo in due. Fu un esperienza unica che non ci fece pesare l'andare a letto quasi all'ora della sveglia e la vitellina in compenso ebbe per nome ,una combinazione dei nostri due: " PacchiAntonia". Finì il campo. Nel dopo campo, dal momento che non era strettamente necessaria la presenza, del maresciallo, che d'altronde, durante il campo spesse volte era stato richiamato ad altri impegni, egli se ne tornò definitivamente in sede. La stanza dove egli dormiva, pagandola a parte, fui felice di poterla prendere io. Finalmente una rete e un materasso, anziché la branda. In una gara con i ragazzi del paese tesa a colpire con un colpo pistola una cinque lire posta fra l'erba a quindici metri, incredibile a dirsi, ne uscìi vincitore al primo ed unico tiro, facendo così passare una bella serata ai miei amici di magazzino con birra offerta dai perdenti. Un pomeriggio, davanti al magazzino mi trovai di fronte un bel cagnolino, forse attirato dall'odore che ne proveniva dall'interno.Fatto sta che si lasciò prendere. Dopo un paio di ore si sparse la voce che la figliola del Generale, che con il padre ed altri ufficiali, mogli comprese, erano giunti per assistere alle esercitazioni di fine campo, era disperata avendo perso il proprio amatissimo cagnolino. Dalla descrizione sembrava proprio quello che era ospite del magazzino. Al che senza perdere tempo glielo portai. Era il suo e non potete immaginare la sua gioia e i tanti ringraziamenti. Oramai quasi tutti i soldati erano rientrati nelle loro caserme, restavano gli ultimi a smontare il campo e a rendere di nuovo pulita la zona. Fu così che un pomeriggio, fui contattato da alcuni capitani che mi pregarono di trovare un buon letto per un Colonnello che era super stanco. Offrirgli il mio mi parve più che logico, con meraviglia del richiedente che non si spiegava del come un sergente usufruisse di tale comodità. Si tornò finalmente alla base e bontà loro fui premiato per la condotta tenuta nel precampo, campo e dopo campo con ben dodici giorni di licenza più due di viaggio. (Da tenere presente che la caserma distava da casa mia meno di un chilometro). Questa nomea del buon organizzatore di un campo e anche di magazziniere mi portò a dover organizzare la tenda ristoro dei generali, durante una esercitazione di tiro con mortai in montagna. La disposizione dei fili che collegavano la postazione di tiro e il punto di comando, da dove venivano date le coordinate per il tiro, tagliava una carrareccia sulla quale erano transitato tutti i camion militari e per l'appunto li avevano maltrattati al meglio e le coordinate raggiungevano i tiratori con molta difficoltà e venivano prese con beneficio d'inventario. Motivo per il quale alcuni tiri per un pelo non fecero in mille pezzi la tenda messa su per il ristoro e quant'altro. All'ora del rancio, cominciarono a sfilare in tenda i vari colonnelli e generali che venivano serviti da alcuni soldati forniti di guanti bianchi. Per distrazione o forse per fretta, il mio colonnello prese a tastare la frutta. Con garbo, gli feci notare che non era giusto. Lui divenne paonazzo, gli altri si irrigidirono tutti, presumendo che avrei ricevuto una super ramanzina ma non conoscevano il mio colonnello.... Lasciò tutto il pranzo e senza dire una parola uscì dalla tenda. Vedendolo così mortificato mi pentii d'averlo fatto, ma in seguito notai che avevo ancora di più guadagnata la sua stima. Nella sfilata rappresentativa che si tenne nel cortile della caserma in occasione della ricorrenza della fondazione del 17° reggimento Acqui, si quello che venne barbaramente trucidato a Cefalonia per non essersi arreso ai tedeschi, presi parte alla sfilata indossando i panni di un soldato della guerra in Africa marciando solo soletto al ritmo della canzone : "La bella Gigogin". Il primo tenente , fresco di nomina , che ebbi dopo qualche tempo a comandare la mia compagnia, possessore di un bel paio di occhiali con lenti dette " A culo di bottiglia" posti a denunciare una super miopia, riuscì con la sua cocciutaggine a farci perdere nei dintorni di Sulmona, malgrado i miei tentativi di correggere. Ma questo non gli bastò e in una ulteriore esercitazione dove il compito era quello di rintracciare un nostro manipolo che si era perso, alla fine furono lanciati diversi manipoli per ritrovare noi che più persi di così non potevamo essere, tant'è che il ritorno in caserma risultò ritardato di ben tre ore. Si avvicinava il momento dell'arrivo in caserma delle nuove reclute per il periodo di naia e bisognava andare a Roma per caricare il vestiario e quant'altro per loro. Partirono tre camion, un maresciallo, un sergente (il sottoscritto), ed un caporale maggiore quali capo macchine. Si giunse a destinazione e i camion furono parcheggiati come da ordine del maresciallo. Dopo un ora , arrivò il barbiere della caserma che gesticolando fece capire che non poteva eseguire il suo mestiere dal momento che uno dei camion bloccava l'ingresso della sua bottega e per uscirne era stato costretto a strisciare sotto il camion. Come Dio volle , caricato il tutto, il giorno dopo eccoci di ritorno. A un quarto di cammino, uno dei camion si arrese e il convoglio fu costretto a fermarsi. Si decise di andare a mangiare vista l'ora e una trattoria che nelle immediate vicinanze ci faceva l'occhiolino e sembrava chiamasse a gran voce il maresciallo, che era di bocca buona e ancor più di bicchiere, per cui dopo pranzo, se prima era in forse , ora il suo cervello era in panne. Presa, io, a due mani la decisione consigliai che era il caso di raggiungere Roma che non era molto distante e chiedere aiuto. Non avevamo come oggi telefonini. Raggiunsi con uno dei camion la caserma e quando mi presentai dal Colonnello ebbi la sorpresa di trovarmi di fronte colui al quale avevo offerto il mio letto. Mi fu dato immedia-tamente un camion per il trasbordo della roba,mentre in un altro camion ci seguirono dodici soldati che ci avrebbero aiutato nella bisogna e che poi avrebbero trainato il camion rotto a Roma per la riparazione. Mi sarebbe piaciuto restare sotto le armi, ero disposto a ritentare il concorso come AUC, ma, a 28 anni, mio suocero stesso me lo sconsigliò e quindi ritornai con un po' di magone alla vita civile. Il resto è normale routine, ripresi il lavoro come subagente Utet e nello stesso tempo anche come agente di assicurazione con una agenzia tutta mia. L'anno successivo al mio congedo convolai a giuste nozze , dopo ben otto anni di fidanzamento. Ora a Ottanta anni e passa è piacevole ricordare tutto il trascorso, certo non tutto liscio, ma anche le disavventure hanno il loro senso e sono fonte di insegnamento. Ora anche io con: " Dite la vostra che ho detta la mia." così come si chiudevano, forse ancora oggi, le storie del secolo scorso, saluto gli impavidi lettori che hanno avuto la costanza di leggere gli otto capitoli della saga " Del Beato Corvi Antonio" ed a loro va il mio incondizionato grazie oltre che le mie più sentite scuse.